La modifica al regolamento europeo sulle spedizioni di rifiuti, approvata in prima lettura dal Parlamento europeo il 18 giugno 2026, è un intervento tecnico ma tutt’altro che marginale per i territori di confine. Il regolamento (UE) 2024/1157 ha introdotto un quadro più rigoroso per il trasferimento dei rifiuti, rafforzando il principio secondo cui l’Unione europea deve assumersi la responsabilità della propria gestione ambientale, limitando l’esportazione verso Paesi terzi e sostenendo gli obiettivi dell’economia circolare.
Dentro questo impianto, dal 21 maggio 2026 era previsto il divieto di esportare fuori dall’Unione rifiuti urbani misti destinati al recupero. La proposta 2026/0099(COD) non mette in discussione questa scelta di fondo. Introduce però una deroga puntuale per la Svizzera, modificando l’articolo 44 del regolamento: l’esportazione resta vietata, “tranne che verso la Svizzera”. Una correzione limitata, ma necessaria per evitare effetti ambientali ed economici contrari agli stessi obiettivi della norma.
La ragione è concreta. Nelle aree frontaliere esistono da anni flussi consolidati verso impianti svizzeri vicini, dotati di standard ambientali elevati e pienamente integrati nelle filiere territoriali. Bloccare automaticamente questi trasferimenti avrebbe significato deviare gli stessi rifiuti verso impianti più lontani, spesso in altri Paesi, aumentando il trasporto su strada, i costi di gestione e le emissioni climalteranti. In altre parole, una misura pensata per rendere più sostenibile il sistema avrebbe rischiato, in alcuni casi, di produrre l’effetto opposto.
Secondo la Commissione europea, i flussi interessati riguardano circa 200 mila tonnellate annue di rifiuti urbani misti provenienti da Austria, Francia, Germania e Italia. Per diversi territori di confine, gli impianti svizzeri rappresentano la destinazione più prossima e ambientalmente efficiente. È qui che il principio di prossimità assume un valore non astratto, ma amministrativo e operativo: non basta stabilire una regola giusta in linea generale, occorre anche verificare come quella regola incide sulle comunità locali, sulle infrastrutture disponibili e sulla sostenibilità complessiva del servizio.
Va chiarito, però, un punto essenziale. Non siamo davanti a un via libera generalizzato all’esportazione dei rifiuti. La deroga riguarda esclusivamente la Svizzera e solo i rifiuti urbani misti destinati al recupero. Restano esclusi gli altri Paesi terzi e resta fermo l’obiettivo di ridurre la dipendenza da soluzioni esterne, rafforzando la capacità europea di prevenire, riciclare e recuperare i propri rifiuti. La distinzione è importante: un conto è contrastare l’export verso destinazioni opache o con standard insufficienti; altro conto è regolare rapporti transfrontalieri tracciabili, controllati e ambientalmente più efficienti.
Anche il voto del Parlamento europeo conferma questa lettura pragmatica. Il testo è stato approvato con una maggioranza molto ampia: 559 voti favorevoli, 7 contrari e 5 astensioni. Il gruppo dei Socialisti e Democratici ha sostenuto largamente la modifica, con 106 voti favorevoli su 108 votanti. Una posizione che non rappresenta un arretramento sull’economia circolare, ma la scelta di evitare rigidità normative capaci di scaricare sui territori più costi, più traffico e più emissioni.
Per gli enti locali il messaggio è chiaro. La transizione ecologica non può essere governata solo con divieti generali o automatismi amministrativi. Ha bisogno di regole rigorose, ma anche intelligenti; di obiettivi ambiziosi, ma anche di strumenti capaci di misurarsi con la geografia reale dei servizi pubblici locali. I Comuni e i territori sono il punto in cui le politiche europee diventano infrastrutture, tariffe, mezzi in circolazione, impianti, autorizzazioni e responsabilità quotidiane.
Proprio per questo, la deroga dovrà essere accompagnata da tracciabilità dei flussi, controlli puntuali, trasparenza sui quantitativi e verifica periodica degli impatti ambientali. Solo così potrà restare ciò che dichiara di essere: non un’eccezione comoda, ma una correzione razionale al servizio del buon governo territoriale. Perché l’economia circolare si costruisce anche così: con norme solide, ma capaci di distinguere tra principio e applicazione concreta.
Francesco Maria Camilli