Il tema della legge elettorale tocca, trasversalmente, anche altri temi, fra cui quello delle elezioni comunali.
La maggioranza ha provato prima a intervenire con un emendamento al decreto elezioni, poi con il disegno di legge S.1451, assegnato alla Commissione Affari costituzionali del Senato. Il cuore della proposta è chiaro: nei Comuni sopra i 15 mila abitanti non servirebbe più il 50% più uno dei voti per essere eletti al primo turno, ma basterebbe raggiungere il 40%. In quel caso il candidato sarebbe proclamato sindaco senza secondo turno e le liste collegate manterrebbero il premio di maggioranza fino al 60% dei seggi.
La ragione politica è evidente: il ballottaggio, soprattutto nelle città più grandi e contendibili, può ribaltare il primo turno: costringe i candidati ad allargare il consenso, favorisce accordi trasparenti e permette agli elettori esclusi dalla scelta iniziale di decidere chi debba governare. Chi propone la modifica sostiene che serva a evitare distorsioni e a riconoscere il peso di chi arriva nettamente primo. Ma governare una città complessa non significa solo arrivare primi: significa ottenere una legittimazione ampia.
L’iter legislativo dimostra la delicatezza della materia: non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di una modifica agli articoli 72 e 73 del TUEL, cioè al meccanismo che dal 1993 regola l’elezione diretta dei sindaci.
Anche l’ANCI ha posto un tema di metodo: se si vuole riformare il sistema degli enti locali, lo si faccia dentro una revisione organica del TUEL, affrontando insieme poteri dei sindaci, ruolo dei consigli, ineleggibilità, mandati e stabilità amministrativa. Intervenire solo sulla soglia del ballottaggio dà invece l’impressione di una riforma parziale, costruita più sulle convenienze politiche del momento che su una vera esigenza istituzionale.
Il ballottaggio ha limiti evidenti: l’affluenza cala, il secondo turno costa, la polarizzazione aumenta.
Ma questi problemi si affrontano con più partecipazione e regole migliori, non cancellando uno strumento che garantisce chiarezza, responsabilità e maggioranza politica reale. Abbassare la soglia al 40% significherebbe consegnare il governo delle città a chi può rappresentare una minoranza degli elettori, soprattutto in un tempo di astensione alta.
Per questo la riforma va fermata. Non perché il sistema attuale sia intoccabile, ma perché resta il punto di equilibrio più serio tra rappresentanza e governabilità. Le regole del voto non si cambiano per paura del prossimo ballottaggio. Si cambiano solo quando rendono più forte la democrazia. E questa modifica, oggi, farebbe l’esatto contrario.
Alessandro Spicola