Gli italiani e i giovani hanno difeso la Costituzione

Gli italiani, con questo voto, hanno difeso la Costituzione. È da qui che bisogna partire per comprendere fino in fondo il significato politico dell’esito del referendum sulla giustizia.

Non siamo di fronte a una semplice bocciatura tecnica. Siamo di fronte a una scelta consapevole, ampia, partecipata: milioni di cittadini hanno detto No a una riforma sbagliata nel merito e pericolosa nell’impianto, perché percepita come un tentativo di alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato e di indebolire l’indipendenza della magistratura. L’alta affluenza (58,93%) rafforza ulteriormente questo dato: quando è in gioco la qualità della nostra democrazia, gli italiani non restano a guardare.

Il 53,56% di No rappresenta quindi una bocciatura politica netta per il Governo e per Giorgia Meloni. Non era scontato. Il risultato ha ribaltato i pronostici e raccontato un Paese più attento e più esigente di quanto la destra si immaginasse. Un Paese che non accetta forzature sugli equilibri costituzionali e che non è disponibile a concentrare il potere nelle mani dell’esecutivo.

Allo stesso tempo, questo voto non può essere letto come una vittoria di parte nel senso più stretto. Sarebbe riduttivo. È certamente una vittoria delle opposizioni, del Partito Democratico, di chi ha creduto in questa battaglia e l’ha portata avanti con determinazione. Ma è soprattutto una vittoria del Paese, che ha espresso una domanda chiara: più equilibrio, più garanzie, più rispetto delle istituzioni. Ed è proprio questa domanda che apre una fase nuova.

Il referendum dimostra che esiste uno spazio politico concreto per un’alternativa di governo. Dimostra che, quando il centrosinistra è unito su contenuti chiari e comprensibili, è competitivo e riesce a parlare anche oltre il proprio perimetro tradizionale. Ma questo spazio va consolidato e organizzato: non si traduce automaticamente in una proposta di governo credibile.

Serve costruire un’alleanza larga, solida, capace di tenere insieme le forze progressiste e di parlare anche a quell’area moderata che oggi non si riconosce nella destra. Serve un progetto chiaro, che non si limiti a difendere – pur giustamente – la Costituzione, ma che affronti le priorità concrete del Paese: lavoro, salari, sanità pubblica, crescita, diritti.

Le elezioni amministrative della primavera 2026 saranno il primo banco di prova di questo percorso. Non saranno un passaggio minore ma il momento in cui verificare se questo segnale può tradursi in consenso reale nei territori. Serviranno candidati credibili, coalizioni coese, progetti concreti. È lì che si costruisce la credibilità di un’alternativa nazionale.

Guardando alle politiche del 2027, il tempo va utilizzato con lucidità. Non basta dire che esiste un’alternativa: bisogna renderla evidente, riconoscibile, affidabile. Questo implica anche affrontare fino in fondo le questioni politiche che determinano la credibilità di una coalizione, a partire dalla definizione di un percorso chiaro che renda la proposta di governo comprensibile agli elettori.

C’è poi un altro terreno su cui si misurerà la reazione del Governo: quello della legge elettorale. Dopo una sconfitta così grande su una riforma istituzionale, la domanda è inevitabile: ha davvero senso per la destra insistere nel cambiare le regole del gioco, introducendo un nuovo porcellum, con un premio di maggioranza sproporzionato, che permetterebbe, con un solo voto in più, di prendere il 60% dei seggi, con l’obiettivo di portare Meloni alla presidenza della Repubblica e realizzare così un presidenzialismo di fatto? È una scelta che rafforzerebbe la loro posizione o che rischierebbe di apparire come un tentativo di aggirare un segnale politico appena arrivato dal Paese? La risposta, dal mio punto, è che sarebbe un errore politico prima ancora che istituzionale. Darebbe l’idea di voler forzare le regole per compensare una difficoltà nel Paese reale. E rischierebbe di produrre l’effetto opposto: rafforzare ulteriormente la diffidenza dei cittadini. Il messaggio uscito dalle urne, dopotutto, è stato chiaro: quando si toccano gli equilibri democratici, gli italiani reagiscono. E chi governa dovrebbe tenerne conto.

Il referendum, quindi, non chiude una fase: la apre. Mette in discussione l’idea che il consenso della destra sia immutabile e apre uno spazio politico che va riempito con serietà e responsabilità. Sta alle opposizioni dimostrare di essere pronte, non solo a vincere una battaglia, ma a costruire un’alternativa di Governo credibile per guidare il Paese.