Intervista al sindaco di Isernia Piero Castrataro: “Dormo in tenda da oltre tre mesi per difendere il nostro ospedale e tenere alta l’attenzione sul bisogno di una sanità pubblica di qualità”.

Il gesto è semplice ma potente: una tenda davanti all’Ospedale Veneziale, diventata simbolo di un dissenso che va oltre i confini cittadini. Dal 26 dicembre il sindaco di Isernia, Piero Castrataro, ha scelto di dormire lì per denunciare la crisi profonda della sanità molisana: carenza di medici, reparti ridimensionati o chiusi, cittadini costretti a spostarsi per curarsi.

Una mobilitazione che ha rapidamente coinvolto l’intero territorio, unendo il capoluogo alle aree interne. Oltre 7.000 persone hanno partecipato a una fiaccolata, trasformando una protesta locale in una questione politica nazionale. In questa intervista, il sindaco Piero Castrataro racconta cosa sta accadendo, quali sono le responsabilità e quali risposte servono con urgenza per garantire il diritto alla salute.

Sindaco, perché ha deciso di iniziare questa protesta davanti all’Ospedale Ferdinando Veneziale?
«Più che una protesta è un modo per sensibilizzare, soprattutto la classe politica che ha il potere di decidere, sulla situazione della sanità pubblica in Molise. In particolare vogliamo accendere un faro sugli ospedali pubblici e sul Veneziale, che è il punto di riferimento per tutta la provincia di Isernia.

Le criticità sono molte: si è discusso della possibile chiusura del punto nascita e del laboratorio di emodinamica, cioè quella parte della cardiologia che si occupa dell’infarto. A questo si aggiunge una forte carenza di personale, soprattutto al pronto soccorso, ma anche in altri reparti. Parliamo di un ospedale che serve circa 80.000 persone e che è punto di riferimento anche per aree limitrofe di Campania, Lazio e Abruzzo. Dopo 17-18 anni di commissariamento e numerosi tagli, non possiamo continuare su questa strada: non hanno prodotto risparmi, anzi il debito è aumentato, ma hanno ridotto i servizi ai cittadini».

Quali sono oggi i problemi principali della sanità a Isernia?

«Si sommano due livelli di criticità: uno nazionale e uno locale. A livello nazionale c’è la carenza di medici negli ospedali pubblici. A livello locale pesa il commissariamento, che dura da troppo tempo e che per anni ha impedito di rinnovare il personale, molti medici sono andati in pensione senza essere sostituiti. In parallelo, il privato convenzionato ha ampliato sempre più il proprio ruolo, arrivando a erogare anche servizi tipici degli ospedali pubblici. Questo ha indebolito le strutture pubbliche, che hanno ridotto le prestazioni.

Il risultato è una forte mobilità passiva: i cittadini sono costretti a curarsi fuori regione, non solo per interventi complessi ma anche per prestazioni di bassa complessità. Questo peggiora i conti della sanità e rende ancora più difficile programmare un rilancio.

Inoltre, trattandosi di un ospedale area interna, è più difficile attrarre personale medico senza la garanzia di un percorso formativo ed incentivi economici aggiuntivi.

Cosa chiedete concretamente per migliorare questa situazione?

«La prima cosa è fermare ulteriori tagli e passare finalmente a una fase di rilancio. Non basta investire in macchinari, cosa che in parte si è fatta anche con il PNRR, ma bisogna puntare sul personale.

Servono concorsi per i primari, che rendono attrattivi i reparti e aiutano a richiamare giovani medici. Bisogna rilanciare la sanità pubblica, passando anche attraverso il rafforzamento della  collaborazione con l’Università del Molise, soprattutto per la formazione degli specializzandi e lasciare al privato convenzionato la sua originale missione di supporto al pubblico per le prestazioni sanitarie di alta complessità.

È fondamentale anche intervenire sulla medicina territoriale e sulla rete di emergenza-urgenza: guardie mediche, 118, pronto soccorso, emodinamica e tutti i reparti che trattano le patologie tempo-dipendenti devono essere garantiti. Su questo non si può arretrare.

Alcuni interventi si possono fare anche senza nuove risorse, semplicemente gestendo meglio quelle esistenti. Ma serve anche un’attenzione straordinaria per le aree interne come la nostra: abbiamo bassa densità abitativa e infrastrutture carenti, condizioni che rendono più difficile organizzare i servizi.

In altre realtà simili si è intervenuti con incentivi per i medici e percorsi formativi dedicati. È questa la direzione che chiediamo: garantire il diritto alla cura anche nei territori più fragili».