UE–Mercosur: tra strategia globale e sfide per i territori

Dopo 25 anni di negoziati a singhiozzo, il 17 gennaio 2026 UE e Mercosur (Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay) hanno firmato ad Asunción un accordo di partenariato che punta a creare una delle maggiori aree di libero scambio al mondo, con circa 700 milioni di consumatori. A Bruxelles l’intesa viene letta come una mossa geopolitica: rafforzare il multilateralismo in un contesto globale più frammentato, ridurre la dipendenza da fornitori esterni e bilanciare l’influenza crescente della Cina in America Latina, anche grazie all’accesso a risorse strategiche come litio e nichel. Sul piano economico, le stime evocano un aumento significativo dell’export europeo e risparmi sui dazi, con ricadute potenzialmente importanti su investimenti e occupazione.

Ma l’accordo arriva già attraversato da tensioni politiche. In Europa restano forti le resistenze di alcuni governi e del mondo agricolo; il Parlamento europeo ha approvato una mozione che chiede di sospendere la ratifica e di sottoporre il testo al vaglio della Corte di giustizia UE, con il rischio di ritardi. La Commissione e il Consiglio, invece, puntano a far partire almeno la componente commerciale in via provvisoria, sostenendo che non si può perdere slancio in una fase di competizione economica globale. Sul lato sudamericano, Lula e Milei hanno accolto la firma come un’opportunità, dopo aggiustamenti su dossier sensibili; il tema ambientale, in particolare la deforestazione, resta il vero banco di prova.

Per l’Italia la partita è doppia: opportunità di export e timori per le filiere locali. Il taglio dei dazi potrebbe favorire molte eccellenze del made in Italy, dal vino all’olio, dai formaggi ai liquori, e rafforzare la tutela delle Indicazioni Geografiche contro imitazioni e “italian sounding”. Anche l’industria può beneficiare della riduzione delle barriere su macchinari, automotive e chimico-farmaceutico, settori dove diverse regioni italiane sono forti. Crescono inoltre le aspettative per porti e logistica: più scambi significano più traffici e più lavoro per l’indotto, ma anche bisogno di infrastrutture e controlli doganali adeguati.

Sul fronte opposto, le preoccupazioni maggiori riguardano l’agroalimentare: carne bovina e avicola, cereali, zucchero e agrumi sudamericani, spesso più competitivi per costi e regole, potrebbero comprimere prezzi e redditività delle aziende italiane, con allarmi particolarmente accesi nelle aree più fragili. Il tema chiave è la reciprocità: gli agricoltori denunciano standard ambientali e sanitari non sempre comparabili a quelli UE (fitofarmaci, ormoni, antibiotici), chiedendo “stesse regole per chi vende in Europa”, controlli più serrati alle frontiere ed etichettatura trasparente sull’origine. Roma rivendica di aver ottenuto garanzie e clausole di salvaguardia più rapide, oltre a strumenti europei di compensazione in caso di crisi, ma lo scetticismo resta.

L’accordo, infine, non si limita al commercio: apre spazi per cooperazione su ricerca, clima, cultura e governance multilivello. Regioni e comuni possono rafforzare gemellaggi e progetti con controparti sudamericane, anche dentro reti europee che chiedono di misurare l’impatto territoriale e di attuare gli impegni verdi. Proprio la sostenibilità è il terreno più delicato: l’UE inserisce clausole legate all’Accordo di Parigi e obiettivi climatici ambiziosi, ma gli oppositori temono un incentivo indiretto ad allevamenti e colture che alimentano deforestazione. Per i territori italiani la sfida diventa concreta: sfruttare nuove opportunità senza sacrificare qualità, sicurezza e coesione rurale. In altre parole, cooperazione sì, ma con atti verificabili: perché il vero test dell’accordo non si giocherà solo nei palazzi di Bruxelles, bensì nei campi, nei porti e nelle filiere locali.