L’Europa è a un bivio: Diritto di veto o Stati Uniti d’Europa, la scelta è adesso

Nel 1957, con la firma dei Trattati di Roma, l’Europa fece una scelta politica coraggiosa: venne istituita la Comunità Economica Europea, avviando il mercato comune con l’abolizione dei dazi e libera circolazione, segnando così l’inizio dell’integrazione europea come strumento di stabilità e di pace. Non fu un passaggio tecnico, ma una decisione strategica che cambiò il destino del continente. Oggi l’Europa è di nuovo chiamata in causa, siamo di fronte a un bivio analogo: completare il percorso in senso federale oppure rassegnarci a un’Unione fragile, esposta ai veti e incapace di incidere davvero negli equilibri globali.

Il Manifesto verso gli Stati Uniti d’Europa, che abbiamo lanciato come delegazione europea del PD al parlamento europeo, nasce da questa consapevolezza. Non è un esercizio retorico né un posizionamento identitario. È una proposta politica che prende atto della trasformazione dell’ordine globale. Viviamo in un mondo organizzato per grandi blocchi continentali, dotati di strumenti fiscali, industriali, militari e diplomatici integrati. In questo scenario, un’Europa che decide all’unanimità, che dispone di un bilancio limitato e che fatica a esprimere una linea comune in politica estera non è all’altezza delle sfide.

Mentre l’amministrazione Donald Trump rilancia una strategia fondata su dazi e rapporti di forza e di affari, e mentre in diversi Paesi europei si rafforzano forze che invocano un ritorno a logiche puramente nazionali, la domanda è semplice: quale sovranità reale può esercitare, da solo, uno Stato europeo medio? Pensare di competere individualmente su energia, difesa, tecnologia, commercio globale significa ignorare la scala dei problemi.

Per questo parliamo di Stati Uniti d’Europa. Non per cancellare le identità nazionali, ma per renderle efficaci dentro una dimensione politica più ampia. La sovranità oggi si esercita insieme o non si esercita affatto.

Il primo nodo è quello istituzionale. Il diritto di veto  nel consiglio europeo rappresenta un freno strutturale. Un singolo governo può bloccare decisioni strategiche su politica estera, fiscalità, bilancio. Superarlo, riformando i Trattati e rafforzando il ruolo del Parlamento europeo, significa restituire capacità decisionale all’Unione e, quindi, ai cittadini europei.

Il secondo nodo è economico e fiscale. Il secondo nodo è economico e fiscale. Il budget europeo è fermo da decenni attorno all’1% del PIL dell’UE, una percentuale inadatta agli investimenti che richiede il mondo di oggi.  Va rivisto e aumentato sensibilmente se l’Europa vuole davvero investire e competere con le grandi potenze sulle sfide del digitale, dell’intelligenza artificiale, della transizione verde e dell’autonomia strategica nella difesa. Senza una revisione del quadro finanziario pluriennale, senza nuove risorse proprie e senza la possibilità di ricorrere stabilmente a strumenti di debito comune per finanziare investimenti strategici, l’Europa resterà un grande regolatore ma non un protagonista industriale. Regolare è necessario; investire insieme è indispensabile.

In questo quadro si inserisce anche il tema dell’armonizzazione fiscale. Un mercato unico realmente integrato non può convivere con squilibri strutturali che alimentano le diseguaglianze. La coesione non è solo una politica redistributiva: è una condizione per la tenuta democratica dell’Unione.

Il terzo nodo riguarda la politica estera e la difesa. Non è più sostenibile avere ventisette posizioni divergenti su dossier strategici. L’Europa deve dotarsi di una vera diplomazia comune, capace di parlare con una sola voce, e rafforzare progressivamente la cooperazione strutturata in materia di difesa, nel rispetto dei Trattati. L’autonomia strategica non è un concetto astratto: significa poter difendere i propri interessi e valori in un mondo attraversato da conflitti e tensioni.

Infine, occorre valorizzare pienamente lo strumento delle cooperazioni rafforzate. Se non tutti gli Stati sono pronti a procedere allo stesso ritmo, chi vuole costruire maggiore integrazione deve poterlo fare subito, creando un nucleo avanzato aperto a successive adesioni. È una dinamica che consente di evitare l’immobilismo senza forzare nessuno, ma al tempo stesso impedisce che l’Europa resti ostaggio delle esitazioni.

Questa visione trova riscontri concreti. In una fase in cui altri scelgono il protezionismo, l’Unione Europea ha rafforzato le proprie relazioni strategiche con l’India e con i Paesi del Mercosur, dimostrando che un’Europa unita può negoziare accordi commerciali e politici da una posizione di forza. Non è solo una questione economica: è una scelta geopolitica. Significa costruire alleanze, diversificare mercati, affermare un modello di apertura regolata in un mondo che tende alla chiusura.

Lo stesso vale per il PNRR. Il ricorso al debito comune europeo ha rappresentato una svolta storica. Ha consentito di mobilitare risorse straordinarie per sostenere investimenti, innovazione e coesione sociale in una fase di crisi profonda. Senza quella scelta federale, molti Paesi avrebbero subito un impatto economico ben più grave. È la dimostrazione che quando l’Europa agisce come un soggetto politico unitario, produce strumenti e risorse che nessuno Stato, da solo, potrebbe generare con la stessa efficacia.

Naturalmente, questo percorso richiede chiarezza politica. Il Partito Popolare Europeo non può restare in equilibrio tra una maggioranza europeista e convergenze episodiche con i sovranisti. Se l’obiettivo è rafforzare l’Unione, serve coerenza. E la Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha la responsabilità di garantire una linea netta a favore dell’integrazione, respingendo tentativi di indebolire le istituzioni comuni.

Gli Stati Uniti d’Europa non sono un orizzonte teorico lontano. Sono la risposta politica a un’esigenza concreta: dotare l’Unione di strumenti adeguati alla scala delle sfide contemporanee. O l’Europa compie questo salto, rafforzando la propria capacità decisionale, fiscale e strategica, oppure rischia di restare un’unione intergovernativa esposta ai veti, alle pressioni esterne e alle divisioni interne.

Nel 1957 si ebbe il coraggio di andare oltre le paure del passato. Oggi serve la stessa determinazione per superare le esitazioni del presente. L’Europa può essere protagonista di questo secolo, ma solo se decide di diventare, finalmente, una vera federazione politica.