La recente riclassificazione dei Comuni montani ha riacceso il confronto sul futuro delle aree interne. Una decisione che incide direttamente sull’accesso a risorse e strumenti fondamentali per i territori più fragili e che si inserisce per alcuni territori come quello marchigiano in un contesto segnato, negli ultimi anni, da importanti politiche di rilancio, dal percorso di ricostruzione post-sisma agli investimenti legati al NextGenerationEU. Il tema tocca nodi centrali come la tenuta dei servizi essenziali, il contrasto allo spopolamento e il rapporto tra classificazioni amministrative e bisogni reali delle comunità locali. Ne parliamo con Andrea Gentili, sindaco di Monte San Giusto e presidente di ALI Marche, che pone l’attenzione su alcuni nodi centrali: il rischio di vanificare anni di politiche pubbliche e la necessità di ripensare i criteri con cui si definiscono le aree montane partendo non dalle classificazioni amministrative o definizioni formali ma dai bisogni reali delle comunità.
Sindaco Gentili, quali sono le conseguenze più immediate della riclassificazione dei Comuni montani per i territori delle Marche?
Le conseguenze si vedono subito sulle risorse e quindi sui servizi. La riclassificazione non è solo un fatto tecnico o formale: significa perdere strumenti e misure compensative che servono a garantire trasporti, scuole, presidi sanitari, manutenzione del territorio. Nei Comuni più piccoli questo si traduce in una riduzione concreta della qualità della vita, perché vengono meno interventi pensati per compensare l’isolamento, la fragilità infrastrutturale e i maggiori costi di gestione. Il rischio reale è quello di accelerare processi di spopolamento già in atto, rendendo sempre più difficile restare e vivere in questi territori. È un effetto che va letto anche nel quadro più ampio delle recenti politiche per le aree interne, rispetto alle quali questa riforma è in netto contrasto – penso al percorso post-sisma e alle risorse del NextGenerationEU.
In che modo questa riforma rischia di indebolire quel percorso?
La contraddizione è evidente. Negli ultimi anni, anche grazie al percorso post-sisma e alle risorse del NextGenerationEU, abbiamo investito molto per rafforzare la resilienza delle aree interne, migliorare i servizi e creare condizioni di sviluppo e attrattività. L’obiettivo era far diventare i borghi interni attrattivi per chi vuol allontanarsi dalle grandi città, stranieri, giovani cui dare una prospettiva diversa rispetto a quella predominante dello scivolamento demografico verso la costa vista in questi ultimi decenni. Cambiare oggi lo status di molti Comuni significa togliere continuità e coerenza a quelle politiche, proprio mentre stavano producendo effetti: pesa su scuole, punteggi nei bandi, agevolazioni alle imprese, servizi ai cittadini. Anche la già difficile coesione delle Unioni montane è messa a rischio, perché i Comuni rischiano di partecipare ai servizi senza però ricevere i fondi specifici. È un messaggio sbagliato ai territori: si chiede loro di resistere e rigenerarsi, ma allo stesso tempo si riducono loro gli strumenti per farlo. Senza una visione unitaria e stabile, il rischio concreto è quello di vanificare gli investimenti fatti specialmente dal post sisma del 2016 e, conseguentemente, rendere sostanzialmente impossibile un già complicato controesodo demografico”.
Territori anche molto diversi tra loro vivono fragilità simili pur rientrando in classificazioni differenti. Dal punto di vista di chi amministra, cosa significa governare queste diseguaglianze?
Per gli amministratori locali significa misurarsi ogni giorno con una realtà che spesso non coincide con le classificazioni amministrative. Comuni appenninici, collinari o interni possono condividere gli stessi problemi: distanza dai servizi essenziali, carenze infrastrutturali, fragilità demografica e difficoltà di accesso alle opportunità. Per chi amministra, il vero discrimine non è l’etichetta attribuita a un territorio, ma la possibilità concreta per i cittadini di esercitare diritti fondamentali, a partire da sanità, istruzione e mobilità. Quando le classificazioni – come in questo caso – non intercettano appieno le condizioni reali si rischia di produrre nuove diseguaglianze e di lasciare indietro comunità che hanno bisogni del tutto analoghi.
È da questa consapevolezza che, come ALI, chiedete una classificazione più equa dei Comuni montani. Quali criteri dovrebbe avere una riforma davvero efficace?
Una riforma efficace dovrebbe superare una visione rigida e puramente altimetrica della montanità. I criteri devono tenere conto dell’accessibilità ai servizi, della distanza dai centri principali, dell’andamento demografico, della fragilità economica e infrastrutturale e dei maggiori costi di gestione che gravano sui piccoli Comuni. Serve una classificazione che sia uno strumento di politica territoriale capace di inserirsi in una strategia più ampia per le aree interne e non un mero adempimento burocratico. L’obiettivo è quello di sostenere i piccoli Comuni di fronte alle sfide demografiche e di sviluppo con politiche stabili, integrate e di lungo periodo, andando oltre la semplice appartenenza formale alla montagna.