La nuova intesa sulla riclassificazione dei Comuni montani raggiunta in Commissione Unificata – senza il coinvolgimento di Uncem, come ha sottolineato la stessa organizzazione che da oltre 60 anni rappresenta i Comuni interamente e parzialmente montani – rappresenta un passo avanti rispetto alla prima proposta avanzata dal ministro Roberto Calderoli, ma non può essere considerata definitiva né risolutiva.
Per ALI – Autonomie Locali Italiane le modifiche introdotte sono il risultato della mobilitazione dei sindaci, delle Regioni e delle rappresentanze degli enti locali, che hanno contestato con forza un’impostazione iniziale ritenuta penalizzante e riduttiva. La prima bozza, infatti, rischiava di escludere centinaia di Comuni dalla classificazione montana sulla base di criteri prevalentemente altimetrici, trascurando la complessità sociale, economica e infrastrutturale dei territori. Un approccio che avrebbe prodotto effetti distorsivi, con ripercussioni dirette sui diritti delle comunità locali e sulle opportunità di sviluppo, aggravando condizioni già segnate da spopolamento, carenza di servizi e fragilità economica.
Le correzioni apportate attenuano alcuni degli aspetti più critici, ma non superano del tutto le diseguaglianze generate dall’impianto complessivo del provvedimento. Restano incertezze sui criteri adottati e, soprattutto, sui meccanismi di finanziamento, ancora frammentati e insufficienti a sostenere una politica nazionale strutturale per la montagna e per le aree interne. In diversi territori, dall’Appennino alle isole, permangono esclusioni difficili da giustificare e squilibri che rischiano di tradursi in ulteriori disparità nell’accesso ai servizi essenziali, dalla scuola alla sanità.
Un rischio che va oltre la semplice appartenenza geografica: la montanità riguarda oltre 13,5 milioni di persone che abitano queste aree e che spesso faticano a godere degli stessi diritti garantiti altrove, a causa di difficoltà legate alla mobilità, all’accesso alle cure, all’istruzione e ai servizi di base. Una classificazione basata quasi esclusivamente su dati topografici — seppure tecnicamente aggiornati — rischia di perdere di vista proprio le condizioni di vita delle persone (e delle aziende e imprese) che affrontano quotidianamente queste sfide e di negare loro strumenti di piena cittadinanza sociale e di pari opportunità.
Per ALI la classificazione dei Comuni montani non può ridursi a un parametro tecnico o contabile. Deve invece fondarsi su un insieme integrato di criteri che includano indicatori socio-economici, livelli di accessibilità ai servizi fondamentali, condizioni infrastrutturali e reali difficoltà territoriali. Solo in questo modo è possibile garantire equità e coerenza nelle politiche pubbliche e assicurare risorse stabili e adeguate per tutelare i diritti delle persone che vivono nei territori montani e nelle aree interne.
In questo quadro, parlare di aree interne significa parlare dell’Italia nella sua interezza. Non si tratta di una porzione marginale del Paese, ma di una componente essenziale del suo equilibrio territoriale, sociale ed economico. Affrontarne le criticità richiede una visione ampia, inserita dentro una strategia nazionale forte, coerente e soprattutto strutturale. ALI nel luglio 2025, durante il Meeting Nazionale delle Aree Interne tenutosi a Fabriano, ha presentato un documento di analisi sulla Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI) mettendone in luce punti di forza e limiti, a partire dall’inadeguatezza delle risorse disponibili. Una questione cruciale che l’associazione ha portato anche all’attenzione delle istituzioni europee.
Oggi siamo nuovamente di fronte a un passaggio decisivo. Decisioni affrettate, parziali o fondate su una lettura semplificata dei territori rischiano di segnare per anni il destino delle aree montane e interne, condannandole a un arretramento profondo e strutturale. Al contrario, viviamo una fase storica in cui i grandi cambiamenti ecologici e tecnologici stanno restituendo centralità a territori che, fino a pochi anni fa, sembravano destinati al declino.
Oggi l’accessibilità non è più soltanto fisica, ma anche digitale. Le aree interne e i comuni montani possono diventare veri e propri laboratori di innovazione, sostenibilità ambientale e coesione sociale. Ma perché ciò accada servono politiche pubbliche all’altezza della sfida: infrastrutture materiali e digitali, connessioni adeguate, trasporti efficienti, risorse certe e soprattutto maggiore autonomia amministrativa per gli enti locali, affinché possano programmare e governare lo sviluppo dei propri territori.
È necessario, inoltre, restituire rappresentanza e protagonismo politico a questi territori, oggi minacciate da una visione politica – in Italia e in Europa – che nega ogni visione solidale e territoriale dello sviluppo e tende a considerarle un costo anziché una risorsa.
ALI ha quindi avviato un lavoro puntuale, Regione per Regione, insieme ai sindaci e agli amministratori locali e regionali, per verificare gli effetti concreti dell’intesa e formulare ulteriori proposte. L’obiettivo è evitare che la nuova classificazione produca nuove diseguaglianze anziché ridurle e costruire una strategia nazionale capace di riconoscere la montagna come parte vitale del Paese, non solo come superficie geografica ma come comunità di persone con bisogni, diritti e aspirazioni reali.
La montagna italiana non è una variabile tecnica ma un presidio territoriale, sociale ed economico. Per questo l’associazione continuerà a sostenere, con spirito costruttivo ma con fermezza, la necessità di ulteriori interventi migliorativi, affinché la riclassificazione diventi uno strumento di riequilibrio e non un fattore di esclusione, e perché la dimensione umana delle comunità non sia mai disgiunta da quella normativa.