In un momento in cui i Comuni italiani fanno i conti con bilanci sempre più compressi, la fine del PNRR all’orizzonte e una Legge di Bilancio che, secondo molti amministratori, non offre risposte alle urgenze dei territori, ALI – Autonomie Locali Italiane – torna a far sentire la propria voce. Ne parla Valerio Lucciarini De Vincenzi, Segretario generale dell’associazione, che in questa intervista analizza criticità e prospettive per gli enti locali: dalla manovra 2026-2028 alle sfide della sicurezza urbana, dalle risorse per personale e servizi alla necessità di un vero piano nazionale di investimenti post-PNRR. Uno sguardo lucido e diretto su ciò che attende Comuni e Province nei prossimi anni – e sul ruolo che ALI intende giocare in questa fase cruciale per il futuro delle autonomie.
1. Segretario Lucciarini, perché la Legge di Bilancio 2026-2028 è, secondo ALI, priva di una visione per i territori e qual è il punto più critico per Comuni e Province?
«La Legge di Bilancio manca di una visione che parta davvero dai territori. È una manovra costruita con un approccio puramente contabile e di cortissimo respiro: non prevede investimenti strutturali, non indica una strategia di sviluppo locale e non offre strumenti per affrontare o ridurre i divari territoriali. Anche senza introdurre nuovi tagli espliciti, finisce per prolungare una stagione che da oltre quindici anni grava su Comuni e Province, limitandone la capacità di azione. Il punto più critico è proprio questo: molti enti non riescono più a programmare il futuro, a garantire stabilmente i servizi essenziali o a immaginare nuovi investimenti. La manovra non avvia un cambio di fase, ma consolida una condizione già profondamente critica».
2. Cosa succederà ai territori con la fine del PNRR dal 2026?
«Il rischio è un brusco rallentamento degli investimenti locali. Il PNRR ha rappresentato una boccata d’ossigeno, ha aperto migliaia di cantieri, ha dato ai Comuni risorse e visione programmatica. Ma era una parentesi straordinaria. Se non si costruisce un “dopo-PNRR” – un fondo nazionale pluriennale, stabile, dedicato ai territori – la crescita si ferma. Molti interventi avviati non avranno continuità, e senza una strategia di lungo periodo torneremo alla normalità dei bilanci risicati, che è una non-normalità. L’Italia ha bisogno di un piano nazionale di investimenti locali, non di interventi una tantum».
3. Perché le misure contenute nella Manovra per personale e servizi sono insufficienti, e quali effetti avranno?
«Sono insufficienti perché parliamo di cifre del tutto inadeguate rispetto ai fabbisogni reali degli enti locali. Per i rinnovi contrattuali dei dipendenti comunali servirebbero almeno 1,5 miliardi, mentre lo Stato ne mette a disposizione meno di un decimo. Le Province, poi, vengono completamente escluse, come se non avessero più funzioni fondamentali da garantire. Il risultato è che molti enti non riusciranno a coprire gli aumenti, saranno costretti a comprimere servizi o a rinviare interventi, e continueranno a operare con organici già fragili per anni di blocco del turnover. Come ha detto il Presidente Mattarella, le Province non possono essere destinatea un eterno limbo istituzionale e finanziario, sono parte della Repubblica. Servono risorse certe, un quadro normativo definito e una riforma piena del TUEL che restituisca alle Province ruolo, competenze e capacità di programmazione. Le Province possono essere un motore della modernizzazione del Paese — dalle infrastrutture alla scuola, dalla tutela del territorio alla transizione ecologica — ma senza personale adeguato e senza finanziamenti stabili non possono esercitare appieno queste funzioni. È per questo che insistiamo: senza una scelta chiara del Governo e del Parlamento, e senza risorse adeguate per servizi e personale, saranno i cittadini a pagare le conseguenze».
4. Perché l’assenza di misure su sicurezza urbana, clima e casa è così grave?
«L’assenza di misure su sicurezza urbana, sostenibilità e politiche abitative è una delle lacune più gravi della manovra, perché riguarda tre fronti strategici per i Comuni e per la qualità della vita dei cittadini. Sul tema sicurezza, non si prevede alcun incremento del Fondo nazionale per la sicurezza urbana e non viene concessa nessuna deroga ai vincoli assunzionali che permetterebbe ai Comuni di rafforzare gli organici delle polizie locali. I sindaci segnalano da tempo carenze strutturali di personale che limitano la capacità di controllo del territorio, ma la manovra ignora completamente queste richieste, lasciando gli enti senza risorse per assumere nuovi vigili, investire in tecnologie o attivare progetti di prevenzione. È un segnale preoccupante in un momento in cui la domanda di sicurezza nei quartieri è in crescita. Sul clima e la sostenibilità, non troviamo alcun sostegno alle amministrazioni che stanno lavorando per contribuire agli obiettivi della Strategia nazionale di sviluppo sostenibile, né misure per la mitigazione e l’adattamento alla crisi climatica. È un abbandono incomprensibile, perché la transizione ecologica può funzionare solo se i Comuni sono messi nelle condizioni di svolgere un ruolo da protagonisti, ma con margini finanziari così limitati è impossibile gestire da soli un tema così complesso. Infine, sul diritto alla casa, la manovra non stanzia risorse significative per l’housing sociale: scompare il Piano Casa, non vengono finanziati nuovi alloggi popolari né programmi innovativi di edilizia residenziale pubblica. Tutto ciò avviene mentre la tensione abitativa è altissima e sempre più famiglie non riescono ad accedere a un alloggio dignitoso a costi sostenibili. È un vuoto che rischia di ampliare le disuguaglianze e di lasciare indietro chi ha più bisogno. In sintesi, su tre priorità reali delle comunità — sicurezza, clima, casa — la manovra non dà risposte. E quando la politica non interviene su questi temi, a pagarne il prezzo sono sempre i cittadini più fragili».
5. Il Governo ha programmato tagli lineari ai ministeri per oltre 2 miliardi l’anno. Quali saranno gli effetti sui territori?
«L’idea che tagliare i Ministeri non colpisca i territori è un’illusione. Quando si riduce la spesa dei dicasteri, si riducono anche i programmi nazionali che poi ricadono sui Comuni: trasporti, servizi sociali, manutenzione di infrastrutture, progetti culturali, ambiente. Già oggi vediamo tagli sulle metropolitane, sulla mobilità sostenibile, sui collegamenti locali. Le aree periferiche rischiano di pagare il prezzo più alto. Lo Stato scarica a valle il costo del risanamento, e gli enti locali non hanno margini per assorbirlo. Senza correttivi, i cittadini vedranno meno servizi e territori più fragili».
6. Passando alla vita interna di ALI, il 14 novembre scorso si è ricostituita ALI Emilia-Romagna. Perché è importante e quali saranno le priorità?
«L’Emilia-Romagna è una regione strategica per qualità amministrativa, tradizione civica e peso economico, ma è anche un territorio che negli ultimi anni ha affrontato sfide durissime, dalle alluvioni alle fragilità idrogeologiche. Ricostituire ALI Emilia-Romagna in questo momento significa rimettere in rete energie e competenze proprio mentre il sistema delle autonomie sta vivendo una fase cruciale, in cui i Comuni sono chiamati a gestire trasformazioni profondissime. Ed è particolarmente significativo che tutto questo avvenga a Bologna, la città in cui, nel maggio del 1916, grazie anche all’impulso del sindaco Francesco Zanardi, prese avvio il percorso che portò alla nascita della Lega dei Comuni Socialisti e poi della Lega delle Autonomie Locali. È stata una giornata emozionante, perché di fatto abbiamo riportato a casa una storia che ci appartiene e l’abbiamo proiettata nel futuro. Con ALI Emilia Romagna vogliamo rafforzare la presenza territoriale di ALI e sostenere gli amministratori con strumenti, formazione, capacità di dialogo istituzionale, accompagnandoli nella ricostruzione, nell’adattamento climatico e nelle sfide legate all’autonomia differenziata. Il lavoro che si è aperto testimonia la vitalità delle autonomie e la volontà di costruire un sistema più moderno, efficiente e vicino ai cittadini».
7. Segretario Lucciarini, come giudica la crescita di ALI negli ultimi anni e quali saranno le principali sfide del 2026?
«ALI in questi anni è cresciuta moltissimo, sia come qualità della sua rappresentanza sia come capacità di costruire visioni e policy realmente utili agli enti locali. Siamo diventati un punto di riferimento per quegli amministratori che credono in un’autonomia moderna, cooperativa, capace di ridurre i divari invece di ampliarli. Questo percorso ci porta verso un 2026 particolarmente impegnativo, in cui dovremo affrontare tre sfide decisive: definire un piano strutturato di investimenti per il dopo-PNRR, tutelare la tenuta dei servizi pubblici locali messi in difficoltà da bilanci sempre più stretti, e promuovere un modello di autonomia che garantisca diritti e opportunità omogenee in tutto il Paese. In questo quadro un ruolo sempre rilevante lo avrà anche Leganet, la società di servizi partecipata da ALI. Negli ultimi anni è diventata un supporto concreto per i Comuni, soprattutto per quelli più piccoli, offrendo competenze tecniche, progettazione, assistenza operativa e capacità di gestione in ambiti che richiedono professionalità specializzate. La sua crescita dimostra quanto sia fondamentale affiancare alla rappresentanza politica un’infrastruttura tecnico-operativa capace di trasformare le idee in progetti e i progetti in risultati tangibili per i territori».