Ci sono numeri che raccontano la realtà meglio di qualsiasi comizio, e i dati diffusi in questi giorni dall’ISTAT sono di quelli che non lasciano spazio a interpretazioni. La pressione fiscale nel 2025 è salita di 0,7 punti fino a sfiorare il 43%, un record negativo. Il debito pubblico è cresciuto ancora, passando in un solo anno dal 134,2% al 136,7%, con l’Italia che non riesce a uscire dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo. E la crescita resta inchiodata quasi allo zero, tra le più basse d’Europa: siamo penultimi. Questi sono i conti veri del Paese, ed è bene guardarli in faccia senza la lente deformante della propaganda.
Il dato che dovrebbe far riflettere più di ogni altro è però un altro: questa crescita asfittica arriva nonostante l’Italia abbia in pancia circa 200 miliardi di PNRR. Si tratta della più grande stagione di investimenti pubblici degli ultimi decenni, quella che ha cambiato il volto delle nostre città. Scuole nuove inaugurate proprio adesso, all’avvio dell’anno scolastico; ospedali; ferrovie; interventi per la sostenibilità. Una fase straordinaria che ha tenuto in piedi anche l’occupazione. La verità, allora, è tanto semplice quanto scomoda: senza il PNRR l’Italia sarebbe probabilmente già in recessione. E il PNRR, alla fine di quest’anno, finisce.
Ecco la domanda che chiunque amministri un territorio dovrebbe porsi, e che il Governo continua a eludere: dal prossimo anno, con quali risorse andiamo avanti? Chi lavora dentro i Comuni, le Province, le Regioni sa bene cosa significa concretamente quel flusso di fondi. Significa cantieri aperti, opere che diventano realtà, servizi che migliorano per i cittadini. Quando quei soldi si esauriscono, il conto arriva sui territori prima ancora che sui bilanci nazionali. E dietro l’angolo non c’è alcun piano. Non esiste una politica industriale, non esiste una strategia di crescita, non esiste una programmazione che dica cosa succede il primo giorno dopo la fine del Piano. C’è solo il silenzio, coperto ogni tanto dalla propaganda sui risultati che non esistono.
C’è poi un uso delle risorse che gli amministratori non possono accettare in silenzio. Coprire una misura di spesa corrente come il taglio del bollo auto attingendo a fondi che servono agli investimenti è un errore di metodo prima ancora che di merito. Quei soldi devono costruire ospedali, scuole, musei, ferrovie: infrastrutture che restano e che producono sviluppo negli anni. Usarli per finanziare una marchetta elettorale significa bruciare futuro per comprare un applauso nel presente. È esattamente il contrario di ciò che serve a un Paese che deve recuperare competitività.
E se guardiamo oltre il PNRR, lo scenario europeo non conforta, perché lì il Governo italiano sta remando nella direzione sbagliata. Entro dicembre a Bruxelles si vota il bilancio dell’Unione per il 2028-2034. La Commissione ha proposto circa 2.000 miliardi, una cifra insufficiente. Il Parlamento europeo ha chiesto di aumentarla del 10%, ma i governi spingono per tagliarla, e tra questi c’è anche quello italiano. È una scelta miope. Dentro quel bilancio ci sono i fondi di coesione, che per i nostri territori sono ossigeno; ci sono i fondi per l’agricoltura; ci sono le risorse per la casa, di fronte a un’emergenza abitativa che ogni sindaco vede aggravarsi mese dopo mese. Chi amministra sa quanto pesano questi capitoli. Tagliarli, o non battersi perché crescano, significa scaricare sui Comuni problemi che i Comuni da soli non possono risolvere.
Il paradosso è che l’Italia, che dal PNRR ha tratto il beneficio maggiore, è oggi tra i Paesi meno attivi nel chiedere che quell’esperienza si ripeta. Non si è spesa per un nuovo Next Generation EU, non ha costruito alleanze con i Paesi che chiedono i bond europei, non ha detto una parola sul rapporto Draghi, che pure indica con chiarezza la strada per recuperare competitività. Eppure sarebbe proprio l’interesse nazionale a imporlo: abbiamo bisogno di sostenere la crescita soprattutto lì dove la crescita è più debole, e nessun Paese cresce debole in un continente forte. Servono risorse straordinarie, e le risorse straordinarie passano dal debito comune europeo e da strumenti capaci di intercettare il risparmio privato per trasformarlo in investimenti sui territori.
C’è infine un capitolo che merita un allarme a parte, perché tocca la carne viva delle comunità: la sanità. Mancano già oggi circa 20 miliardi. Dal 2028, quando anche il sostegno del PNRR sarà esaurito, dove andremo a prendere queste risorse? Il diritto alla salute non si difende con gli slogan, si difende con i finanziamenti, con il personale, con le strutture. E sono le Regioni e i territori a trovarsi in prima linea quando quei finanziamenti mancano, costretti a gestire liste d’attesa che si allungano, pronto soccorso in affanno, servizi che si riducono. Un Paese che non programma la propria sanità è un Paese che volta le spalle ai suoi cittadini più fragili.
La questione, in fondo, è tutta qui. La crescita non è un numero astratto che interessa gli economisti: è la precondizione perché un territorio possa avere scuole aperte, ospedali che funzionano, case accessibili, lavoro dignitoso. Quando la crescita non c’è, e quando finiscono le risorse che l’avevano tenuta artificialmente in piedi, a pagare il prezzo più alto sono proprio le comunità locali. Il Governo difende le cose fatte, come è comprensibile che faccia; ma difendere il passato non è programmare il futuro. E il futuro, per i nostri territori, comincia esattamente il giorno in cui il PNRR finisce. A quella domanda — cosa viene dopo — qualcuno deve iniziare a dare una risposta. Noi la stiamo cercando. Il Governo, per ora, nemmeno la pone.