DL PNRR, l’ultimo miglio del Piano scaricato ancora una volta sugli enti locali

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Il decreto-legge n. 19 del 2026, convertito nella legge n. 50 del 20 aprile, interviene nell’ultima e più delicata fase del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Superata la scadenza del 30 giugno 2026, il Paese è entrato nella fase della rendicontazione finale: l’ultima rata, pari a 28,4 miliardi di euro, è collegata al conseguimento di 159 traguardi e obiettivi. Il Piano italiano, dopo le diverse revisioni, dispone complessivamente di 194,4 miliardi di euro.

La conclusione formale del PNRR non coincide, tuttavia, con il completamento sostanziale di tutte le opere. Sarà necessario verificare quali risultati verranno certificati dalla Commissione europea e quali interventi dovranno proseguire attraverso risorse nazionali o altri canali di finanziamento.

Il decreto rafforza innanzitutto le attività di monitoraggio. Comuni, Province, Città metropolitane e altri soggetti attuatori devono aggiornare il sistema ReGiS entro il decimo giorno di ogni mese, indicando l’avanzamento procedurale e finanziario, la concreta possibilità di raggiungere gli obiettivi e le eventuali criticità. Aumentano, quindi, gli obblighi di comunicazione e controllo, insieme alla possibilità di attivare poteri sostitutivi nei confronti delle amministrazioni considerate inadempienti.

Il provvedimento appare, però, più orientato a gestire i ritardi accumulati che a costruire una strategia organica per l’ultima fase del Piano. Le numerose proroghe, le modifiche procedurali e il rafforzamento delle strutture centrali restituiscono l’immagine di un’attuazione ancora segnata da difficoltà amministrative e finanziarie.

Una delle principali criticità riguarda la crescente centralizzazione delle decisioni presso la Presidenza del Consiglio. Le rimodulazioni del Piano e la riallocazione delle risorse rischiano di comprimere il ruolo del Parlamento, delle parti sociali e delle amministrazioni territoriali, che hanno invece la responsabilità concreta di realizzare una parte significativa degli interventi.

La contraddizione più evidente riguarda il personale. Le strutture centrali e gli incarichi funzionali all’attuazione del PNRR possono essere prorogati fino al 2029. Per Regioni, Province, Città metropolitane e Comuni, invece, la possibilità di prorogare gli incarichi dirigenziali e non dirigenziali finanziati con risorse proprie arriva soltanto fino al 31 dicembre 2026.

Si tratta di una misura utile, ma insufficiente a risolvere il problema strutturale della capacità amministrativa. Molti enti locali rischiano di perdere tecnici e funzionari già formati proprio nel momento in cui devono completare controlli, pagamenti, collaudi e rendicontazioni. Competenze costruite attraverso anni di lavoro potrebbero così essere disperse alla conclusione del Piano.

Il decreto introduce anche alcune misure favorevoli agli enti locali: semplificazioni per la realizzazione delle opere, agevolazioni per i piccoli Comuni e strumenti per facilitare il reclutamento nelle amministrazioni del Mezzogiorno. Restano, tuttavia, interventi circoscritti, che non garantiscono un rafforzamento stabile e omogeneo delle amministrazioni territoriali.

Agli enti locali vengono chiesti più dati, maggiore velocità e responsabilità crescenti, senza assicurare personale stabile e risorse adeguate. Il PNRR dovrebbe lasciare al Paese non soltanto nuove infrastrutture e servizi, ma anche amministrazioni pubbliche più forti. Senza un cambio di impostazione, il rischio è che l’ultimo miglio del Piano si trasformi nell’ennesima corsa contro il tempo scaricata sui Comuni.