L’enciclica di Papa Leone XIV ci sfida: la politica scelga la comunità, non gli algoritmi

Il Papa ha scritto un’enciclica sull’intelligenza artificiale. E lo ha fatto con una chiarezza che la politica farebbe bene a prendere sul serio, invece di limitarsi a commentare sui social. La Magnifica Humanitas di Leone XIV non è un documento per addetti ai lavori: è una presa di posizione netta su alcune delle questioni più urgenti del nostro tempo, come il lavoro, la democrazia, la guerra, il potere delle grandi piattaforme tecnologiche. Chiunque abbia responsabilità pubblica, a qualsiasi livello, non può permettersi di ignorarla.

L’enciclica pone una domanda scomoda: cosa stiamo costruendo? Leone XIV usa due immagini bibliche: la torre di Babele da un lato, Gerusalemme ricostruita da Neemia dall’altro. Lo fa per dire una cosa molto concreta: la tecnologia non è neutrale, e chi la governa fa una scelta politica precisa. O la si usa per concentrare potere nelle mani di pochi, o la si mette al servizio di tutti. Non Il Papa ha scritto un’enciclica sull’intelligenza artificiale. E lo ha fatto con una chiarezza che la politica farebbe bene a prendere sul serio, invece di limitarsi a commentare sui social. La Magnifica Humanitas di Leone XIV non è un documento per addetti ai lavori: è una presa di posizione netta su alcune delle questioni più urgenti del nostro tempo, come il lavoro, la democrazia, la guerra, il potere delle grandi piattaforme tecnologiche. Chiunque abbia responsabilità pubblica, a qualsiasi livello, non può permettersi di ignorarla.

L’enciclica pone una domanda scomoda: cosa stiamo costruendo? Leone XIV usa due immagini bibliche: la torre di Babele da un lato, Gerusalemme ricostruita da Neemia dall’altro. Lo fa per dire una cosa molto concreta: la tecnologia non è neutrale, e chi la governa fa una scelta politica precisa. O la si usa per concentrare potere nelle mani di pochi, o la si mette al servizio di tutti. Non c’è una terza strada. In Europa lo sappiamo bene: l’AI Act che abbiamo approvato al Parlamento Europeo è stato esattamente questo tentativo, stabilire regole, tutele, responsabilità, prima che il mercato si auto-regolasse a suo vantaggio. Non era scontato, e non è ancora abbastanza.

Il nodo che il Papa mette a fuoco con più precisione è quello del potere. Oggi i principali motori dello sviluppo dell’IA non sono gli Stati, ma attori privati transnazionali con risorse superiori a quelle di molti governi. Pochi soggetti concentrano dati, infrastrutture, capacità di calcolo e, di fatto, capacità normativa. Leone XIV chiama questa asimmetria con il suo nome: una nuova forma di dominio, difficile da discernere e da contrastare proprio perché si presenta come tecnica, come progresso inevitabile, come efficienza. La risposta che indica è quella che la politica progressista europea dovrebbe fare propria: non invocare genericamente l’etica delle macchine, ma costruire istituzioni capaci di governare, regole che non siano scritte da chi ha già il potere di imporle, partecipazione reale delle comunità alle scelte che le riguardano.

Per chi, come me, ha trascorso anni a governare un Comune e una Provincia, prima di approdare al Parlamento Europeo, c’è un passaggio dell’enciclica che risuona con particolare forza: il richiamo alla sussidiarietà. Le comunità locali non possono essere ridotte a terminali passivi di decisioni prese altrove. È una questione di democrazia, non di campanilismo. I servizi pubblici digitali che oggi i Comuni gestiscono, dalle graduatorie sociali, all’accesso alle prestazioni, fino alla raccolta dati dei cittadini, sono già un terreno in cui l’IA opera e incide sulla vita reale delle persone. Chi risponde se un algoritmo discrimina? Chi corregge il sistema quando esclude i più fragili? Questa responsabilità non può essere delegata a una piattaforma privata. È responsabilità politica, ed è responsabilità che inizia dal livello più vicino ai cittadini.

Sul lavoro, l’enciclica non lascia margini di interpretazione: il progresso tecnologico che genera disoccupazione di massa o lavoro degradato non è sviluppo, è un fallimento. Il problema della disoccupazione tecnologica non è un’ipotesi futuristica bensì una pressione già in atto su interi settori produttivi. La risposta non può essere solo l’adattamento individuale, la formazione continua scaricata sulle persone come obbligo personale. Serve una politica industriale europea capace di orientare la transizione, di redistribuire i guadagni di produttività, di garantire che la rivoluzione digitale non diventi l’ennesima occasione per allargare le disuguaglianze tra chi ha e chi non ha, tra i territori forti e quelli lasciati indietro.

Poi c’è il tema della guerra. Leone XIV è diretto: la normalizzazione del conflitto armato è una patologia, e l’integrazione dell’IA nei sistemi militari (droni autonomi, armi a decisione algoritmica) apre scenari che richiedono una risposta multilaterale urgente. In un momento in cui l’Europa discute di riarmo e di autonomia strategica, il monito del Papa non può essere archiviato come pacifismo astratto. Significa che la diplomazia, le istituzioni internazionali, il diritto internazionale non sono optional: sono l’unica alternativa reale all’escalation permanente. Questa è la battaglia che dobbiamo portare avanti, contro chi pensa invece che la sicurezza si costruisca solo aumentando i bilanci della difesa.

Il cantiere del nostro tempo, come lo chiama Leone XIV, è aperto. E chi ha responsabilità pubblica, a Bruxelles come nei Comuni, è chiamato a lavorarci, non a commentarlo da fuori. La dignità della persona prima dell’efficienza del sistema. La partecipazione delle comunità prima della delega agli algoritmi. Il multilateralismo prima della forza. L’enciclica del Papa non ci ha dato soluzioni tecniche ma qualcosa di più utile: criteri per scegliere.