Hormuz, sovranismo e ambiguità del Governo: senza Europa l’Italia paga di più

L’aumento del prezzo del carburante, non è solo un numero che cambia sul display di un distributore, rappresenta bensì un segnale decisamente più profondo poiché equivale a trasporti più cari, imprese sotto pressione, famiglie che devono rinunciare a qualcosa. È quello che sta accadendo oggi, mentre la crisi internazionale, tra la guerra in Medio Oriente e il blocco dello stretto di Hormuz, scarica i suoi effetti anche sull’economia italiana ed europea.

Sarebbe però un grave errore considerarla solo una fase difficile, poiché c’è un tema politico evidente: per anni i sovranisti ci hanno raccontato che con meno Europa e più “interesse nazionale” saremmo stati più forti, più autonomi, più protetti. Oggi, purtroppo, vediamo invece chiaramente cosa significano le loro politiche: quando il mondo entra in crisi, l’Italia e i singoli Stati non sono più forti bensì più deboli ed esposti.

Nonostante ciò, il Governo continua a muoversi senza una linea chiara. Giorgia Meloni in questi anni si è proposta come interlocutrice privilegiata di Donald Trump e non ha mai preso una posizione netta rispetto alle scelte di Benjamin Netanyahu, anche quando hanno contribuito ad alzare il livello dello scontro internazionale. Il risultato oggi è sotto gli occhi di tutti: la tensione globale aumenta e le ricadute economiche hanno conseguenze dirette anche sul nostro Paese e sui cittadini in italiani.

È un errore pensare che politica estera sia lontana dalla vita quotidiana. Le scelte, le alleanze, le ambiguità, hanno effetti concreti. E quando manca una direzione chiara, il conto arriva, esattamente come sta arrivando adesso, sotto forma di energia più cara, filiere in difficoltà, crescita che rallenta.

E attenzione: il rischio non è solo una fase complicata. Il rischio è la stagflazione, cioè crescita ferma accompagnata da prezzi in aumento. Uno scenario tra i più difficili da gestire, perché colpisce insieme imprese, lavoro e potere d’acquisto. A testimoniarlo anche i dati recenti di Eurostat che danno il deficit italiano al 3,1% del PIL, escludendo così l’uscita dell’Italia dalla procedura europea per il disavanzo eccessivo e raccontando anche di un debito pubblico salito al 137,1%, che ci porta ad essere secondi in Europa, subito dopo la Grecia, mentre il PIL è cresciuto di appena lo 0,5%. Numeri che testimoniano ancora una volta come, senza il PNRR, saremmo in recessione da tempo.

A tutto ciò si aggiunge il blocco di uno snodo strategico come quello di Hormuz che rappresenta un problema globale. Pensare di affrontarlo con risposte nazionali o, peggio, con scorciatoie militari sarebbe un errore grave. L’unica strada è quella diplomatica, dentro una cornice internazionale solida, a partire dalle Nazioni Unite. Serve fermare l’escalation, non inseguirla. Ed è qui che si misura la differenza tra propaganda e governo.

Davanti a una crisi così, la risposta non può essere chiudersi nei confini. Serve esattamente il contrario: un’Europa più forte, più unita, più capace di incidere. Non quella indebolita per anni da chi la usava come bersaglio, ma un’Europa che faccia politica estera, che investa, che protegga davvero cittadini e imprese.

Anche sul piano energetico i limiti sono evidenti. I Paesi che hanno investito con decisione nelle rinnovabili come la Spagna oggi sono più solidi. L’Italia invece è ancora troppo dipendente e paga ritardi accumulati nel tempo. Continuare a rallentare la transizione significa esporsi ancora di più a crisi come questa.

Accanto all’analisi però servono scelte concrete: l’Europa deve fare un salto di qualità, e gli strumenti ci sono, così come l’Italia ha la possibilità di ritagliarsi, in questo scenario, un ruolo da protagonista. Serve rilanciare il piano Draghi per la competitività, fare debito comune europeo per sostenere gli investimenti strategici, introdurre bond europei per finanziare la transizione energetica e digitale e rendere il sistema più autonomo e competitivo.

Non è un caso che il Parlamento Europeo abbia già indicato la strada, chiedendo un aumento del bilancio 2028-2034 del 10%, perché quello attuale è troppo stretto rispetto alle sfide che abbiamo davanti. Senza risorse comuni e una visione condivisa, l’Europa rischia di restare debole proprio quando dovrebbe essere più incisiva.

Poi c’è l’urgenza immediata, che non può essere ignorata: il Governo deve intervenire subito. Le accise pesano, le imprese sono in difficoltà, gli autotrasportatori stanno lanciando segnali chiari. Non si può continuare a inseguire gli eventi. Servono misure rapide, coerenti, efficaci. Ma anche qui va detto con chiarezza: da soli non possiamo farcela. Senza una risposta europea, ogni intervento nazionale rischia di essere un tampone temporaneo.

Questa crisi, in fondo, smonta una narrazione. Il sovranismo non difende l’interesse nazionale, lo indebolisce. Perché in un mondo interdipendente, l’unico modo per contare è stare dentro alleanze forti, non fuori.

A questo punto la scelta per il Governo Meloni è chiara. Continuare con l’ambiguità e la propaganda, oppure assumersi la responsabilità della situazione attuale ed iniziare a lavorare per costruire un’Italia protagonista in un’Europa più unita.

È finito il tempo degli slogan. Gli italiani chiedono, e meritano, serietà e decisioni all’altezza della situazione.