Milleproroghe 2026, un decreto di rinvii che lascia ai margini i Comuni

Il decreto Milleproroghe 2026, approvato dal Governo il 31 dicembre 2025, è attualmente all’esame del Parlamento per la conversione in legge.

Al di là della consueta eterogeneità delle disposizioni, il decreto presenta un impatto limitato e in larga parte indiretto sugli enti locali, che restano sostanzialmente ai margini dell’impianto complessivo. I Comuni, pur chiamati quotidianamente a garantire servizi essenziali ai cittadini, non trovano nel Milleproroghe risposte adeguate alle criticità che continuano ad accumularsi.

Le proroghe di maggiore rilievo riguardano la disciplina dei Livelli essenziali delle prestazioni (Lep), in particolare per quanto concerne il diritto allo studio e il trasporto pubblico locale. Tuttavia, anche in questo caso, il rinvio dei termini per la loro determinazione rischia di tradursi nell’ennesimo slittamento di un percorso già segnato da ritardi, lasciando irrisolta la questione dell’effettiva garanzia dei diritti su tutto il territorio nazionale.

Ampio spazio viene riservato, invece, alla proroga dei poteri delle strutture commissariali, confermando una tendenza ormai consolidata alla gestione straordinaria di interi settori dell’amministrazione pubblica. Non meno significativa è la proroga delle deroghe in materia di distacco e comando del personale di alcune amministrazioni centrali, a fronte di un silenzio pressoché totale sulle difficoltà strutturali che colpiscono gli organici degli enti locali.

Tra le poche novità di rilievo figura il rinvio a gennaio 2027 dell’entrata in vigore dei Testi unici in materia tributaria, una scelta che certifica le difficoltà nel portare a compimento una riforma attesa da anni e considerata centrale per la semplificazione e la certezza del quadro normativo.

Proprio sulle principali lacune del decreto si sono concentrati i lavori emendativi del Centro studi di Ali – Autonomie Locali Italiane, che hanno individuato come prioritarie le questioni del trasporto pubblico locale, del personale, degli investimenti e della finanza locale.

Quando si parla di enti locali, una priorità assoluta riguarda il trasporto pubblico locale, che rappresenta uno strumento essenziale di coesione territoriale e sociale. Nel recente storico delle leggi di bilancio, il Fondo nazionale trasporti, già strutturalmente insufficiente, è stato ulteriormente eroso dall’incremento dei costi energetici, dall’aumento del costo del personale e dall’inflazione, senza che siano stati introdotti adeguati meccanismi compensativi. Le ultime manovre non hanno previsto un rafforzamento strutturale del Fondo, determinando crescenti difficoltà per gli enti territoriali nel garantire l’equilibrio economico-finanziario dei contratti di servizio.

In questo contesto, la proroga di misure straordinarie a sostegno del settore si configura come una scelta necessaria e non più rinviabile, anche alla luce del definanziamento cumulato che ha colpito il comparto negli ultimi anni. In particolare, si richiede la proroga fino al 31 dicembre 2026 della modalità di ripartizione del Fondo nazionale TPL già prevista per il 2025. Tale misura consentirebbe, nelle more dell’adozione del Decreto LAS, di garantire livelli adeguati di servizio, assicurando la copertura dei contratti in essere ed evitando la perdita di risorse per enti e soggetti attuatori, con il rischio di tagli inaccettabili per i cittadini.

Un secondo punto da porre in luce è che oggi, non pochi enti locali stanno inoltre attraversando situazioni di dissesto o predissesto finanziario, con una forte concentrazione dei Comuni in difficoltà nelle regioni del Mezzogiorno, alimentando e consolidando profonde diseguaglianze territoriali. La condizione degli enti in dissesto non rappresenta soltanto un problema contabile, ma una vera e propria emergenza sociale e territoriale.

Si rende pertanto necessario rafforzare gli strumenti di accompagnamento finanziario e di riequilibrio strutturale, attraverso la richiesta di prorogare il periodo di rateizzazione dell’eventuale disavanzo derivante dall’iscrizione al Fondo di anticipazione di liquidità (FAL), nonché di una più chiara definizione della disciplina del Fondo e degli interessi applicabili in caso di dissesto, al fine di evitare disparità di trattamento nella gestione delle diverse situazioni di crisi finanziaria.

Particolarmente critica appare la situazione sul fronte degli investimenti. Il PNRR ha rappresentato un’occasione straordinaria per il rilancio delle infrastrutture locali e per la messa in sicurezza del territorio. Tuttavia, le più recenti leggi di bilancio hanno progressivamente ridotto le risorse destinate agli investimenti degli enti locali nella fase post-PNRR, delineando uno scenario preoccupante per il futuro.

Il definanziamento degli strumenti ordinari rischia infatti di vanificare lo sforzo compiuto negli ultimi anni, lasciando i territori senza risorse per la manutenzione, la prevenzione e la continuità degli interventi avviati. In questo contesto si inserisce la richiesta di prorogare al 30 settembre 2026 i termini di fine lavori, affidamento e salvaguardia per le opere medie, una misura considerata imprescindibile per evitare il blocco di interventi strategici e per non disperdere gli investimenti già effettuati.

Non da ultimo, i Comuni italiani soffrono da anni di un sottodimensionamento strutturale degli organici, frutto di oltre un decennio di blocco del turn over, vincoli assunzionali e politiche di contenimento della spesa che hanno progressivamente impoverito le amministrazioni locali di competenze e professionalità. Tale condizione ha inciso direttamente sulla capacità amministrativa degli enti, sulla qualità dei servizi erogati e sulla possibilità di programmare e realizzare investimenti.

Il PNRR ha consentito solo in parte di rafforzare temporaneamente gli organici attraverso assunzioni straordinarie e contratti a tempo determinato. Tuttavia, la conclusione del Piano nel 2026 rischia di determinare una nuova emorragia di competenze, con la perdita delle professionalità che hanno consentito agli enti locali di sostenere lo sforzo straordinario di progettazione e attuazione degli interventi. In questo quadro si inserisce la richiesta di prorogare al 31 dicembre 2026 la deroga all’obbligo di mobilità volontaria preventiva, al fine di semplificare le procedure concorsuali, già nel 2025 oggetto di risultati positivi in termini di riduzione dei tempi selettivi.

Resta infine aperta la questione dei Segretari comunali nei piccoli Comuni, che sempre più spesso non riescono a portare a termine le procedure di selezione. A tal fine si propone la proroga dell’utilizzo delle economie del Fondo istituito dal DPCM 30 dicembre 2022 per l’assunzione dei Segretari comunali dei piccoli Comuni, a tutela degli enti che, pur assegnatari delle risorse, non sono riusciti a completare le procedure. A ciò si affianca la necessità di un intervento specifico per i Comuni fino a 5.000 abitanti, finalizzato alla stabilizzazione della figura del Vicesegretario, indispensabile per garantire la continuità amministrativa nei casi di vacanza della sede di segreteria o di procedure di nomina andate deserte.

Alla luce di un’analisi complessiva del decreto Milleproroghe, come già evidenziato in apertura, le disposizioni che riguardano gli enti locali risultano marginali. Una scelta che appare in evidente contraddizione con un ordinamento che riconosce, anche a livello costituzionale, il principio di sussidiarietà e il ruolo centrale degli enti di prossimità.

A fronte di ciò, emerge con forza la responsabilità di un Governo che non sembra affrontare, né tantomeno farsi carico, delle criticità reali e strutturali che investono quotidianamente i Comuni.

In questo contesto, gli emendamenti proposti da Ali – Autonomie Locali Italiane assumono un valore essenziale, in quanto finalizzati a garantire un’adeguata qualità e continuità dei servizi resi all’utenza comunale. Non è un caso, del resto, che proposte analoghe provengano anche da ANCI e UPI, a conferma di una posizione condivisa dall’insieme del sistema delle autonomie locali.

Il decreto Milleproroghe avrebbe potuto rappresentare un banco di prova significativo per affrontare problemi concreti e diffusi, che i Comuni, in quanto enti di prossimità, vivono quotidianamente sul territorio. Risulta invece difficile comprendere come si possa intervenire sugli enti locali senza affrontare temi centrali quali finanza locale, investimenti, personale e trasporti, che costituiscono l’ossatura stessa della capacità amministrativa e della qualità dei servizi offerti ai cittadini: si può davvero continuare a richiamare il principio di sussidiarietà se, nei fatti, si lasciano i Comuni senza strumenti per esercitarlo?