La riforma dei criteri di classificazione dei Comuni montani annunciata dal Governo riaccende il confronto tra Stato e autonomie locali. Al centro del dibattito, la scelta di basarsi prevalentemente su parametri geografici e altimetrici che secondo molti sindaci, amministratori locali e parlamentari rischiano di escludere territori fragili e già colpiti da spopolamento e carenza di servizi. Ne parliamo con Massimiliano Presciutti, Vicepresidente nazionale ALI, Presidente di ALI Umbria e Sindaco di Gualdo Tadino, che lancia un allarme: così la montagna diventa un’etichetta burocratica e il Paese rischia di dividersi tra Comuni “dentro” e Comuni “fuori”, anziché costruire politiche capaci di ridurre le disuguaglianze territoriali.
Sindaco Presciutti, il ministro Calderoli ha presentato nuovi criteri oggettivi per definire i Comuni montani. Sono criteri adeguati alla realtà del Paese e in grado di rappresentare la complessità dei territori montani italiani?
I criteri proposti dal Governo hanno il pregio della chiarezza formale, ma rischiano di essere profondamente inadeguati sul piano sostanziale. Ridurre la montagna a una somma di parametri altimetrici o di pendenza significa ignorare le condizioni reali in cui vivono le comunità appenniniche: isolamento, fragilità dei servizi, spopolamento, difficoltà infrastrutturali. In molte aree del Paese, dell’Appennino, ci sono territori che pur non rientrando rigidamente in quelle soglie affrontano problemi tipici della montagna ogni giorno. Escluderli significa negare la realtà.
Questa impostazione meramente “burocratica” rischia di alimentare una contrapposizione artificiale tra territori. Nei fatti appare una chiara controriforma pensata per le Alpi e contro l’Appennino: il Nord da una parte e il Centro-Sud dall’altra. Si rischia di tagliare fuori un gran numero di Comuni dell’Appennino centrale e meridionale, penalizzando ingiustamente aree già fragili mentre si privilegiano territori alpini. Non ha senso se l’obiettivo è sostenere la montagna italiana nel suo insieme. Su questo, come hanno detto gli esponenti parlamentari, i nostri presidenti di Regioni e tantissimi sindaci e amministratori locali, è necessario organizzare una battaglia dal basso, perché colpisce territori che hanno già pagato un prezzo altissimo in termini di servizi e opportunità.
Uno dei timori è che molti Comuni possano perdere l’accesso a risorse e strumenti dedicati. Quali sarebbero le conseguenze concrete?
Le conseguenze sarebbero molto serie. La nuova classificazione non è un atto neutro: determina l’accesso a fondi, incentivi, politiche di riequilibrio territoriale. Se un Comune viene escluso, perde opportunità fondamentali per mantenere servizi essenziali, sostenere le imprese locali, contrastare lo spopolamento. È per questo che diciamo che il Governo rischia di dividere il Paese tra territori di serie A e di serie B, creando una competizione artificiale tra Comuni che invece dovrebbero essere sostenuti insieme.
Noi chiediamo di guardare alla montagna come a un sistema umano, non solo fisico. Servono indicatori come la densità abitativa, l’accessibilità ai servizi sanitari e scolastici, la qualità delle infrastrutture, i tempi di percorrenza, l’andamento demografico. Un Comune può trovarsi a 500 metri di altitudine ma essere più fragile di uno a 700. Ignorare questi fattori significa fare una riforma burocratica, non una politica pubblica efficace.
Faccio un esempio concreto in Umbria. Norcia è giustamente riconosciuta come Comune montano: ha un’altitudine elevata, pendenza e un territorio pienamente appenninico, ma mantiene anche una funzione di riferimento per l’area e un livello di servizi relativamente strutturato.
Nocera Umbra, invece, è un Comune appenninico-collinare che rischia di restare fuori dai nuovi criteri automatici pur vivendo condizioni di forte fragilità: spopolamento, collegamenti difficili, distanza dai servizi essenziali.
Con l’impostazione del Governo, Norcia continuerebbe ad accedere agli strumenti per la montagna, mentre Nocera Umbra rischierebbe di esserne esclusa. È questo il paradosso che segnaliamo.
Che cosa chiede concretamente ALI al Governo in vista del confronto istituzionale sulla riforma?
ALI chiede di uscire da una logica puramente burocratica e di costruire una vera politica per la montagna, fondata sui bisogni reali dei territori. In concreto proponiamo di affiancare ai criteri geografici indicatori socio-economici, di accesso ai servizi e di andamento demografico, e di prevedere una classificazione non rigida ma dinamica, capace di leggere le trasformazioni in atto nei Comuni.
Inoltre, nei prossimi giorni, con il pieno supporto del Presidente Gualtieri e di tutte le nostre organizzazioni regionali, come ALI condivideremo un ordine del giorno da approvare in tutti i consigli comunali contro questa riclassificazione, per mobilitare tutte le comunità e dare un segnale chiaro al Governo: non accetteremo che si faccia un divide et impera dei Comuni fragili con il rischio di spaccare il Paese e lasciare fuori i più fragili.
La montagna non può essere definita solo dall’altitudine: va riconosciuta come una combinazione di condizioni territoriali, sociali ed economiche. Se l’obiettivo è contrastare lo spopolamento e garantire pari diritti di cittadinanza, allora le misure devono intervenire efficacemente dove le difficoltà sono maggiori. La politica non si fa con il metro, ma ascoltando i bisogni dei territori e riconoscendone le caratteristiche e le differenze.