Adattamento climatico, Lepore: «Servono risorse, competenze e strumenti per mettere i territori in sicurezza»

Un piano europeo per l’adattamento climatico che parta dai territori: con il voto unanime del Comitato delle Regioni, le amministrazioni locali chiedono strumenti, competenze e risorse per affrontare eventi estremi sempre più frequenti.

 

Il suo parere sul Piano per l’adattamento ai cambiamenti climatici dell’Unione europea è stato votato all’unanimità dal Comitato delle Regioni. Perché è così importante questo voto e perché è centrale un piano che includa i territori?

È la prima volta che tutti i gruppi politici e tutti i territori rappresentati nel Comitato delle Regioni votano insieme per proporre alla Commissione europea la realizzazione di un piano continentale di adattamento e mitigazione climatica. Oggi, a livello europeo, esistono piani nazionali e territoriali, ma manca una vera strategia dell’Unione per ridurre i disastri climatici, prevenirli e sostenere le comunità che sono sempre più in difficoltà di fronte a questi cambiamenti. L’Italia è uno dei Paesi più colpiti anno dopo anno, ed è quindi molto significativo che questo tema sia stato condiviso da tutti come una priorità.

Che cosa rappresenta questa approvazione per i sindaci e per gli amministratori locali? Che cosa cambia nell’agenda europea?

È un tema che noi amministratori tocchiamo con mano ogni giorno. I sindaci sono responsabili della Protezione civile, ma spesso chi viene eletto non ha alle spalle un’esperienza specifica nella prevenzione dei disastri legati ai fenomeni climatici.
 Il primo bisogno dei territori è quindi la formazione: riguarda la politica, i tecnici, le forze dell’ordine, i vigili del fuoco e la Protezione civile. Il clima è cambiato, sta cambiando e cambierà ancora.

Se in passato i tempi di ritorno degli eventi estremi, come le alluvioni, erano di circa un secolo, oggi ci troviamo di fronte a esondazioni frequenti, bombe d’acqua e ondate di calore fuori stagione. Nella Pianura Padana, in particolare, si registra una concentrazione di fenomeni ricorrenti che mettono a rischio la sicurezza dei cittadini e la viabilità.
 Nel solo 2023, in Europa, i danni causati dai disastri climatici sono stati pari a circa 73 miliardi di euro. Non possiamo più ricostruire “com’era prima”: dobbiamo ripensare urbanistica ed edilizia e affrontare anche scelte difficili e impopolari. Per farlo servono competenze, formazione e risorse adeguate.

Immagino che arrivare a un voto unanime non sia stato semplice, anche perché ogni Paese vive situazioni diverse.

È stato complesso sia dal punto di vista politico sia da quello territoriale. Le famiglie politiche hanno approcci molto diversi, ad esempio sul Green Deal: nazionalisti e patrioti, verdi, socialisti e popolari partono da posizioni spesso lontane. Anche la dimensione territoriale è molto articolata. I disastri climatici colpiscono tutta l’Europa, dalla Polonia al Mediterraneo, ma con fenomenologie differenti. Durante il dibattito sono emerse le alluvioni in Emilia-Romagna e a Valencia, ma anche casi molto diversi, come in Finlandia, dove il cambiamento delle temperature sta modificando il comportamento delle renne e l’equilibrio degli ecosistemi.

In Germania si affrontano inondazioni che in passato non si conoscevano, mentre in Spagna il presidente Sánchez ha annunciato una rete nazionale di rifugi climatici come risposta a un’emergenza legata alle ondate di calore. Oggi tutta l’Europa sta iniziando a toccare con mano gli effetti dei cambiamenti climatici, anche in Paesi che erano meno esposti.

I piani sono fondamentali, ma gli enti locali vivono di risorse. Come si possono rendere efficaci questi adattamenti climatici dal punto di vista finanziario?

Un primo segnale positivo è arrivato con la flessibilità dei fondi dell’attuale programmazione europea: insieme al vicepresidente Fitto siamo riusciti a farla utilizzare, ad esempio, per l’emergenza idrica. Guardando al prossimo quadro finanziario pluriennale, però, sarà decisivo ottenere un bilancio che sostenga davvero i territori. Le politiche di coesione sono oggi fortemente messe in discussione, anche a causa dell’ipotesi di un fondo unico, mentre allo stesso tempo nasce l’agenda delle città.

È fondamentale che Parlamento e Commissione chiariscano le priorità e che alle dichiarazioni seguano fondi specifici. Non basta finanziare lo scambio di buone pratiche: servono risorse che permettano ai territori di attuare piani concreti e di trasformare davvero le città, rendendole più resilienti.

Oltre alle risorse economiche, quali altri strumenti ritenete prioritari per le amministrazioni locali?

Abbiamo proposto innanzitutto una Academy europea per la formazione delle classi dirigenti dei territori. Un secondo pilastro riguarda i dati. Bologna è uno dei centri del supercalcolo europeo e ospita il Centro meteorologico europeo per le previsioni. Oggi le previsioni e gli scenari sui disastri climatici sono fondamentali, sia per la Protezione civile sia per pianificare le trasformazioni necessarie.

Non tutti i Comuni hanno accesso allo stesso livello di dati e capacità previsionali: per questo è necessario rafforzare il sistema europeo e quelli nazionali, investendo molto sul digitale e sulla gestione dei dati.

In che modo questo incide sulla prevenzione?

In modo decisivo. Un esempio concreto: abbiamo appena concluso, insieme all’Autorità di bacino del Po, la mappatura di tutti i fronti franosi dell’Emilia-Romagna. Questo consente di sapere dove, in caso di evento climatico, possono verificarsi frane e con quali dimensioni.
 È una svolta importante perché permette di ricalcolare il rischio nei territori montani e collinari e di individuare le aree dove non ha più senso costruire, o dove è necessario intervenire sulla ricollocazione di alcuni insediamenti.

Parliamo di abitazioni realizzate in luoghi che oggi sappiamo essere a rischio. Offrire alle famiglie un’alternativa abitativa è una scelta giusta, ma comporta costi economici rilevanti: anche per questo i territori hanno bisogno di strumenti e risorse adeguate.