Dalla definizione delle aree fragili al sostegno a lavoro, impresa, casa e servizi: ALI Next Gen presenta 17 proposte per trasformare il diritto di restare, tornare o scegliere le aree interne in un’opportunità concreta per le nuove generazioni.
A cura di Andrea Capellini e Chiara Petris
Le aree interne non devono essere soltanto territori da difendere dallo spopolamento: devono tornare a essere luoghi nei quali i giovani possano scegliere di costruire il proprio futuro. E investire sulle aree interne significa migliorare anche la qualità della vita dei territori di pianura e delle aree più urbanizzate. Da qui nasce il lavoro di ALI Next Gen, presentato al Festival delle Città e costruito a partire dal PDL Schlein-Sarracino, dai dieci punti elaborati da ALI Nazionale a San Donato Val di Comino, dal lavoro di Give Back Giovani Aree Interne e dalle indicazioni emerse nella prima Assemblea nazionale ALI Next Gen di Pesaro, valorizzando e mettendo a fattor comune contributi diversi dentro una cornice generazionale.
Le 17 proposte partono da un cambio di impostazione: superare classificazioni rigide e definire la fragilità attraverso più indicatori – spopolamento, saldo migratorio giovanile, densità, accesso ai servizi, connettività e capacità amministrativa – senza affidarsi solo a soglie demografiche o altimetria. Dentro questa logica ampliamo il “diritto di rimanere” in una triade: diritto di restare, di tornare dopo studio o lavoro altrove e di scegliere questi territori come nuovi residenti, garantendo continuità dei benefici anche in caso di riclassificazioni.
Sul lavoro proponiamo una politica generale under 35, con sostegni alle assunzioni e al rientro delle competenze. Per l’impresa allarghiamo la platea a diplomati, ITS, artigiani, autonomi, cooperative e giovani che subentrano in attività esistenti. In agricoltura proponiamo priorità agli under 35, accesso alla terra e recupero dei terreni abbandonati. Sull’abitare, la politica non si ferma al mutuo: comprende affitto, recupero degli immobili vuoti, patrimonio pubblico inutilizzato e residenza.
Connettività, formazione e mobilità diventano diritti di cittadinanza. La rete è un diritto abilitante per lavoro, servizi, salute e nuova residenzialità; scuola, ITS, università e ricerca vengono collegati al rientro del capitale umano; il trasporto pubblico va valutato per l’accessibilità reale a scuole, ospedali, stazioni e poli occupazionali. Salute, cultura, sport, biblioteche, associazionismo e luoghi di aggregazione diventano fattori strutturali della permanenza giovanile, al pari di lavoro e casa.
Un altro asse riguarda i Comuni: proponiamo un programma per inserire giovani competenze tecniche, amministrative, digitali e progettuali nella PA locale e rendere stabile la partecipazione giovanile attraverso Forum coinvolti nelle Strategie d’Area. Vogliamo inoltre facilitare e incentivare le forme aggregative tra enti, dalle fusioni alle Unioni di Comuni, per rafforzare capacità amministrativa, servizi e progettazione nei territori più fragili. Dall’esperienza di Pesaro nasce anche il superamento della soglia rigida dei 5.000 abitanti, con apertura ad una soglia più ampia nei territori realmente fragili e maggiore gradualità nella perdita dei benefici.
Infine servono strumenti: un Fondo nazionale pluriennale che coordini misure oggi disperse tra fondi settoriali; una governance stabile tra Stato, Regioni e autonomie locali, con presenza giovanile nella programmazione; una valutazione ex ante ed ex post dell’impatto generazionale, per misurare non solo quanto si spende ma cosa cambia davvero. A questo si aggiungono un patto di insediamento per chi resta o torna, legato a un progetto di vita, lavoro, formazione o impresa, e il rafforzamento di GAL, Green Communities, cooperative di comunità e sportelli europei territoriali.
Il filo è semplice: non chiedere ai giovani di adattarsi ma costruire le condizioni perché restare, tornare o scegliere un’area interna sia una libertà concreta.