Una scadenza rigida e strumenti inadeguati rischiano di trasformare il PNC in un percorso ad ostacoli per i Comuni, stretti tra norme mutevoli, carenza di personale e investimenti che chiedono continuità più che tagliole.
Nel dibattito sulla conversione del decreto-legge 156/2025 emerge un nodo centrale: la distanza crescente tra l’impianto normativo del Governo e le reali condizioni dei territori. L’articolo 3 del decreto fissa una scadenza perentoria – il 31 dicembre 2026 – entro cui gli obiettivi del Piano Nazionale Complementare (PNC) devono essere raggiunti, pena la revoca delle risorse. Un termine che, sulla carta, si allinea alle tempistiche del PNRR ma che trascura un elemento rilevante: i cronoprogrammi del PNC non sono mai stati aggiornati, nonostante le previsioni normative lo imponessero già da tempo.
Nel frattempo, il PNC ha attraversato rimodulazioni, tagli e accantonamenti che hanno ridotto la dotazione da 30,6 a 28,63 miliardi. Alcune misure – cultura, filiere agricole, rinnovo delle flotte – sono state ridimensionate; altre risorse sono state congelate in attesa di verifiche. Ai territori viene così chiesto di rispettare scadenze progettate per un quadro finanziario e programmatico che nel frattempo è cambiato, senza strumenti adeguati per adeguarsi.
Questa rigidità si inserisce in un contesto già complesso: i Comuni operano con capacità di spesa compressa dall’aumento dei costi, dalla carenza di personale tecnico specializzato e da procedure di monitoraggio sempre più articolate. In questo scenario, introdurre una “tagliola” sulle scadenze rischia di generare effetti contrari a quelli attesi: revoche dei finanziamenti, cantieri interrotti, programmi triennali da riformulare in corsa, perdita di cofinanziamenti privati. E, soprattutto, un ulteriore indebolimento della fiducia dei territori nella possibilità dello Stato di programmare investimenti con orizzonti temporali realistici.
La fragilità dell’impianto emerge anche mettendo a confronto l’articolo 3 con l’articolo 4, dedicato ai Giochi olimpici e paralimpici Milano–Cortina 2026. Qui si registra una disparità evidente: tutti i Comuni coinvolti possono autorizzare straordinari al personale impegnato nell’organizzazione dell’evento, tranne Milano. Un’anomalia segnalata in Commissione e rimasta priva di spiegazioni. Ancora una volta, prevale un approccio verticale che produce divari anziché promuovere cooperazione istituzionale.
Le criticità colpiscono in modo particolare i Comuni medi e piccoli, ossatura dell’attuazione del PNRR e del PNC. Con organici ridotti e uffici tecnici chiamati a gestire simultaneamente investimenti complessi – dal Fondo opere indifferibili alla programmazione ordinaria – caricare gli enti locali di vincoli non aggiornati significa attribuire loro responsabilità che non dipendono dalla loro capacità amministrativa. Il rischio, sempre più concreto, è quello di vedere progetti maturi rallentati o annullati.
Una parziale apertura arriva con l’articolo 3-bis che modifica la disciplina del Fondo per gli interventi PNRR delle grandi città. Qui un elemento positivo c’è: la possibilità di utilizzare le economie di progetto per completare altri interventi all’interno dello stesso Piano. Una misura attesa dai Comuni sopra i 500.000 abitanti che introduce un minimo di flessibilità in un sistema finora rigido, in cui ogni risparmio andava restituito al bilancio statale senza poter essere reimpiegato localmente. Anche l’obbligo di monitoraggio su ReGiS, uniforme rispetto al resto del PNRR, va nella direzione di una maggiore omogeneità procedurale ma non compensa un impianto generale che tende a chiedere molto ai territori, offrendo poco in termini di accompagnamento e continuità.