Una legge di bilancio senza visione per i territori

L’unica buona notizia della prossima Legge di Bilancio, almeno a giudicare dalla bozza attuale, è che non ci sono tagli strutturali ai bilanci regionali e locali. Ma per il resto, ancora una volta, manca una strategia di fondo capace di sostenere davvero gli enti territoriali nel loro ruolo di primo presidio dei diritti e dei servizi. La manovra appare più come un insieme di aggiustamenti tecnici che come un progetto coerente di rilancio delle autonomie.

Alleggerimenti e compensazioni per le Regioni

Gli articoli 115 e 116 introducono due misure che alleggeriscono temporaneamente la pressione finanziaria sulle Regioni: da un lato, una riduzione di 100 milioni nel concorso alla finanza pubblica (art.115); dall’altro, la cancellazione dei debiti per le anticipazioni di liquidità ricevute in passato (art.116). Tuttavia, dietro l’apparente sollievo si nasconde una logica tutta contabile: lo Stato rinuncia a crediti ormai incagliati, ma impone in cambio vincoli pluriennali di bilancio fino al 2051, riducendo così la libertà finanziaria regionale. Un’operazione più utile al Tesoro che alla programmazione territoriale.

Enti locali: piccoli spazi di flessibilità, grandi adempimenti

Gli articoli dal 117 al 121 contengono una serie di modifiche che intervengono su aspetti tecnici della contabilità e della riscossione locale.

Viene prorogato il termine per l’approvazione dei bilanci consolidati al 31 ottobre (art.117) e si consente alle Giunte regionali di adottare variazioni urgenti, salvo ratifica. Una flessibilità utile, ma marginale.

Molto più impegnativa la riforma dell’articolo 119, che affida ad AMCO S.p.A. la riscossione coattiva delle entrate locali per gli enti meno efficienti. Un passo che rischia di commissariare la capacità di riscossione dei Comuni, spostando ancora una volta verso il centro funzioni che dovrebbero essere presidiate localmente.

Piccole boccate d’ossigeno arrivano con la proroga delle anticipazioni di tesoreria fino al 2028 e con la libertà piena di gestione dei beni demaniali trasferiti (art.121), ma restano misure tampone, non riforme strutturali.

Assistenza e servizi sociali: obiettivi ambiziosi, risorse incerte

Il capitolo dedicato ai Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) è quello più denso e, almeno nelle intenzioni, più ambizioso.

Dal 2027 ogni Ambito territoriale sociale dovrà garantire 1 assistente sociale ogni 5.000 abitanti, la presenza di psicologi ed educatori professionali, e almeno un’ora settimanale di assistenza domiciliare per ogni persona non autosufficiente (art.127).

Sulla carta, un passo importante verso la perequazione dei servizi sociali tra Nord e Sud. Ma nei fatti, la legge rimanda a futuri decreti la definizione dei fabbisogni standard e delle risorse, lasciando intendere che molto dipenderà dal cofinanziamento locale.

Senza un impegno finanziario strutturale dello Stato, il rischio è che i LEP restino un elenco di buone intenzioni, con gli enti locali costretti a garantire nuovi diritti con bilanci stagnanti.

Anche per i servizi di assistenza agli studenti con disabilità (art.128) si introduce un livello essenziale, collegato alle ore indicate nei PEI individuali, e si istituisce un registro nazionale per il monitoraggio. Ma l’obbligo per gli enti di assicurare il servizio “nei limiti delle risorse disponibili” rischia di tradursi, ancora una volta, in un diritto diseguale a seconda del territorio.

Diritto allo studio e welfare territoriale

Sul fronte istruzione, l’articolo 129 incrementa di 250 milioni il fondo per le borse di studio universitarie, per garantire a tutti gli idonei l’effettiva erogazione della borsa. È una misura positiva, che tuttavia incide solo su una parte del sistema educativo. Manca una visione complessiva sul diritto allo studio e sulle condizioni materiali degli studenti, in particolare nei territori più fragili.

Un federalismo senza autonomia

In definitiva, la legge di bilancio 2026 non rafforza l’autonomia finanziaria e organizzativa dei territori, ma la mantiene sotto una sorveglianza centrale, con nuovi vincoli, controlli e procedure.

Le misure sui LEP, seppur importanti sul piano dei principi, non sono accompagnate da un piano credibile di finanziamento pluriennale. Quelle sui bilanci e sulla riscossione accentuano la burocratizzazione. E gli interventi sul dissesto o sull’assistenza minorile restano parziali.

Nel complesso, è una manovra senza anima territoriale: prudente, tecnocratica, più attenta ai saldi di bilancio che ai bisogni reali delle comunità locali. Gli enti territoriali chiedevano risorse e libertà per programmare; ricevono invece nuove griglie di controllo e pochi margini di respiro.

Se è vero che l’unico merito di questa legge è l’assenza di nuovi tagli, allora la misura della sua ambizione è presto detta: limitarsi a non peggiorare la situazione. Ma per i Comuni e le Regioni che ogni giorno tengono insieme servizi, welfare e coesione sociale, questo non può bastare.