Il Documento di finanza pubblica 2026 è un testo che rassicura Bruxelles, ma non il Paese. Ordinato nei numeri, prudente nei toni, formalmente coerente con i nuovi vincoli europei: tutto torna, almeno sulla carta. Ma proprio questa apparente solidità rivela il limite più evidente del documento: l’assenza di una vera strategia economica.
Non è un piano, è un rinvio. Il Governo sceglie di non scegliere. Le grandi decisioni – dove tagliare, dove investire, come finanziare – vengono sistematicamente spostate alla prossima legge di bilancio. Il risultato è un documento che descrive traiettorie senza spiegare come percorrerle. Una contabilità senza politica.
Il sentiero del deficit è l’esempio più evidente. Dal 3,1 per cento del PIL nel 2025 si scenderebbe fino al 2,1 nel 2029, con l’uscita dalla procedura per disavanzi eccessivi già nel 2027. Un percorso perfetto, almeno sulla carta. Ma la realtà è meno lineare: la spesa cresce oltre i limiti raccomandati e le eventuali correzioni vengono rinviate. Il consolidamento c’è, ma è rimandato. Promesso, non costruito.
Ancora più fragile è il quadro del debito. Prima sale, poi scende. Nel frattempo, il costo degli interessi aumenta e restringe gli spazi di manovra. È una dinamica che richiederebbe scelte chiare e tempestive. Invece, il DFP resta vago: nessuna indicazione concreta su privatizzazioni, nessun dettaglio sui fattori che dovrebbero sostenere la riduzione del debito. Si naviga a vista.
Sul fronte della crescita, il quadro non è irrealistico, ma è debole. E soprattutto esposto a rischi evidenti: tensioni geopolitiche, instabilità dei mercati, incertezza energetica. Lo stesso documento ammette scenari peggiorativi, fino alla recessione. Ma anche qui manca la risposta: quali politiche per sostenere l’economia se le cose dovessero andare peggio? Il DFP non lo dice.
Il nodo vero, però, è quello degli investimenti. Negli ultimi anni, il motore della spesa pubblica è stato il livello locale, con i Comuni in prima linea grazie anche al PNRR. Ma questa spinta si sta esaurendo. Già dal 2027 si intravede una frenata, legata alla fine delle risorse europee e al peggioramento dei bilanci locali.
Eppure, il documento ignora il problema. Nessuna strategia per il dopo-PNRR, nessun piano per sostenere gli investimenti territoriali. Il rischio è evidente: il consolidamento dei conti potrebbe trasformarsi in un taglio silenzioso della spesa per investimenti, proprio nel momento in cui servirebbe il contrario.
Le preoccupazioni degli enti locali sono chiare: meno risorse, più vincoli, servizi a rischio. Non è una rivendicazione corporativa, ma il segnale di una tensione reale che il DFP sceglie di non affrontare.
Alla fine, il Documento di finanza pubblica 2026 appare per quello che è: un esercizio di prudenza che diventa rinuncia. I conti tornano, ma il Paese resta fermo. In una fase che richiederebbe visione e direzione, il Governo offre numeri e attese. E lascia aperta la domanda più importante: dove si vuole andare?