Una giornata da ricordare per il Medioriente. Ora l’Europa sia protagonista nel processo di pace e ricostruzione

Mentre vi scrivo, assisto in diretta alla liberazione degli ostaggi israeliani, da parte di Hamas, dopo due anni di orrenda detenzione. Nel contempo, decine di migliaia di palestinesi sfollati stanno tornando nei loro quartieri a Gaza, mentre è arrivato a Gaza il primo autobus con i prigionieri palestinesi liberati. In piazza, a Tel Aviv, centomila persone si sono riunite per celebrare questo momento così atteso e sperato. Così come non possiamo dimenticare il 7 ottobre, allo stesso modo non possiamo dimenticare che, in questi due anni, il principale nemico di Israele è stato Netanyahu, responsabile dei crimini di guerra da cui discende la distruzione di Gaza e  responsabile delle uccisioni di decine di migliaia di innocenti, donne e bambini.

Assistiamo, indubbiamente, a una giornata da ricordare. Mi piace pensare che le bandiere della pace viste sventolare ieri, alla tradizionale marcia Perugia-Assisi, abbiano anticipato questo momento tanto auspicato.

Il cessate il fuoco a Gaza e il rilascio degli ostaggi sono due buone notizie, brecce di speranza dopo mesi e mesi di orrore e distruzione. La liberazione degli ostaggi e il ritiro delle truppe israeliane sono un primo passo – fragile ma necessario  – per restituire dignità e futuro a un popolo e a un territorio martoriato. Assistiamo a una svolta importante e concreta in direzione del cessate il fuoco su Gaza. Sono felice per queste persona, per le loro famiglie e i loro cari, che finalmente potranno riabbracciarli. La speranza, ora, è che vengano anche riconsegnate anche le salme di chi non c’è più e che ciò possa rappresentare un ulteriore passo in avanti in vista dal vertice di Sharm el-Sheikh che vedrà presenti sia Abu Mazen che Benjamin Netanyahu.

Nel contempo, c’è un compito chiaro per la comunità internazionale: trasformare la tregua in un cammino di pace giusta e duratura. Servono coraggio politico, responsabilità e diplomazia.

Non posso, dunque, che augurarmi che l’Europa torni a essere faro di pace, impegnata per la nascita dello Stato di Palestina e per un Medio Oriente fondato su giustizia, sicurezza e libertà per due popoli, due Stati, un solo futuro condiviso.

Ho più volte ribadito l’importanza di giungere alla soluzione dei “due popoli, due stati” e, dunque, del riconoscimento dello Stato di Palestina. Questo processo richiede che l’Unione Europea sia parte attiva entro la necessaria fase di trattativa diplomatica che si sta aprendo. Abbiamo dinanzi una fase delicatissima e fragile: adesso occorre incrementare gli aiuti umanitari e riconoscere lo Stato di Palestina. L’Europa dovrà farsi garante ed essere protagonista affinché la soluzione ‘due popoli, due Stati’ diventi finalmente realtà.

Per quanto riguarda il necessario invio di aiuti umanitari, come ha ricordato Padre Romanelli, parroco della chiesa della Sacra Famiglia nella Striscia di Gaza, quel territorio ha vissuto una sorta di tsunami: non c’è più niente e c’è bisogno di tutto.

Ora, dunque, si apre – accanto ai lavori diplomatici – anche la fase di invio crescente di aiuti umanitari e di lenta ricostruzione. La più recente analisi del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) indica che la distruzione o il danneggiamento del 78% circa dei 250 mila edifici stimati a Gaza ha prodotto un volume di circa 61 milioni di tonnellate di macerie. Si stima che la rimozione delle macerie, la ricerca dei corpi delle vittime sepolti dalle stesse e la successiva ricostruzione richiederanno decenni. Secondo una stima della Banca Mondiale risalente a febbraio 2025 la cifra necessaria sarà di 53 miliardi di dollari: tre volte tanto il Pil della Palestina. Sono dati agghiaccianti: nel corso della guerra sono stati distrutti a Gaza il 94% degli ospedali, il 90% degli appartamenti, l’86% dei campi non sono più coltivabili, il 77% delle scuole e il 65% delle strade non sono più agibili.

Anche su questo mi auguro che l’Europa sia parte attiva, concretamente impegnata nel riportare vita, speranza e una prospettiva di futuro benessere per il Medioriente. Le piazze, animate dai nostri giovani, cui abbiamo assistito in queste settimane, ci dicono che il futuro o è di pace, o non è.

Di Matteo Ricci