Bilancio Ue, arretra l’Europa dei territori e della coesione. Due anni per cambiare rotta

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L’Europa, emersa dalle ceneri della guerra e modellata dalle esigenze di mercato, ha sempre nutrito l’ambizione di costruire la pace attraverso l’equità. La politica di coesione territoriale è stata individuata come lo strumento cardine per raggiungere questo obiettivo. Concepita per colmare le disuguaglianze sociali ed economiche, e successivamente quelle demografiche e tecnologiche, mirava a garantire a tutti i cittadini pari diritti e opportunità, limitando così i potenziali conflitti.

È paradossale, quindi, che proprio mentre le disuguaglianze si accentuano e la guerra minaccia nuovamente i suoi confini, l’Europa stia indebolendo anziché rafforzando questa politica fondamentale. Questo approccio si riflette chiaramente nella nuova proposta di bilancio dell’UE, il cui iter è iniziato il 16 luglio scorso. Si tratta di un lungo percorso che, entro due anni, porterà alla definizione del Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) dell’UE per il periodo 2028-2034, delineando il nuovo profilo finanziario dell’Unione, le sue priorità e le scelte strategiche.

La proposta di bilancio ammonta a 1.985 miliardi di euro (1765 a prezzi 2025) a cui vanno sottratti 168 miliardi per ripagare RRF (150 a prezzi 2025). Quindi, possiamo leggere 1800 miliardi, una cifra sostanzialmente invariata in termini reali rispetto al ciclo precedente, attestandosi all’1,15% del Reddito Nazionale Lordo dei Paesi membri. Tuttavia, la ripartizione interna mostra un cambiamento radicale. La politica di coesione, includendo impropriamente la Politica Agricola Comune (PAC), che oggi assorbe il 70% del bilancio UE, vedrà la sua quota scendere al 45%. Questa netta riduzione si accompagna a una ridefinizione degli obiettivi della “nuova coesione”, che ora include priorità come difesa, frontiere, migranti ed emergenze.

Una cifra importante, sulla carta. Ma quando si scende nei dettagli e si confrontano i numeri con gli obiettivi – sempre più numerosi, sempre più impegnativi – ci si accorge che quella coperta resta corta. E quando la coperta è corta, qualcuno resta fuori. Ed è sempre lo stesso qualcuno: i territori più fragili, le aree interne, le Regioni meno sviluppate. L’Italia, in questo scenario, non solo perde centralità, ma si ritrova penalizzata anche nei numeri. Dal secondo posto che occupava come beneficiaria netta nel ciclo 2021–2027, passa al quarto, superata da Polonia, Francia e Spagna. Riceveremo il 10,4% delle risorse totali, pari a 86,6 miliardi di euro, di cui 81,2 miliardi destinati ai Piani nazionali e regionali di partenariato. A preoccupare è che alle Regioni meno sviluppate italiane – che coincidono in larga parte con il Mezzogiorno – arriveranno 27,08 miliardi: circa 3 miliardi in meno rispetto al passato, senza contare i cofinanziamenti. E questo mentre le disuguaglianze aumentano, le fragilità crescono, e la convergenza economica tra aree europee continua a rallentare. Il nuovo bilancio rafforza le politiche per la competitività, destina quasi 590 miliardi di euro a un nuovo Fondo per l’industria, la transizione verde, l’innovazione e la difesa. Una scelta che può avere una sua logica strategica, ma che non può avvenire a discapito della coesione. Alla Rubrica 1 – quella che dovrebbe racchiudere l’anima sociale dell’Europa, cioè coesione, agricoltura, sviluppo rurale e sicurezza interna – vengono assegnati 865 miliardi di euro. Una cifra che, sulla carta, appare stabile, ma che in realtà nasconde tagli, riallocazioni e un cambio di visione. I fondi per la coesione sono destinati sempre più alle imprese, e sempre meno a infrastrutture pubbliche, ai servizi sociali, allo sviluppo dei territori marginali. E anche per la Politica Agricola Comune, che resta fondamentale per tanti territori italiani, fortemente ridotta. La nuova governance rischia di peggiorare le cose. I Piani saranno negoziati direttamente tra Commissione europea e governi nazionali. Le Regioni, i Comuni, gli enti locali? Coinvolti, forse, ma non protagonisti. Si svuota così il principio di sussidiarietà, si riduce lo spazio per il protagonismo delle autonomie. Infatti, il Comitato delle Regioni e degli enti locali, organo consultivo dell’UE al quale siedono anche i rappresentanti dei territori italiani, ha sollevato numerose e forti critiche. Si torna a una logica centralistica che ci riporta indietro. Non solo: viene anche modificata la regola “n+1”, che ora impone di raggiungere determinati traguardi in un solo anno. Una sfida enorme per le pubbliche amministrazioni meno strutturate, che rischiano di non riuscire a spendere nei tempi imposti, con la conseguente perdita delle risorse. Non dimentichiamolo: spesso sono proprio queste amministrazioni a operare nei territori che più avrebbero bisogno di sostegno. La flessibilità di bilancio sale dal 15 al 25%, e questo può sembrare un passo avanti. Ma se quella flessibilità viene finanziata tagliando le risorse della coesione, allora il passo è indietro. L’Europa si attrezza per le crisi, certo. Ma non deve dimenticare la sua missione originaria: costruire un’unione più giusta, solidale, inclusiva. Sul piano fiscale, vengono introdotte cinque nuove risorse proprie: ETS, CBAM, rifiuti elettronici, accise sul tabacco, imposta societaria europea. È un passo verso una fiscalità comune, ed è giusto che l’Unione si doti di strumenti autonomi. Ma la giustizia fiscale deve restare al centro: queste nuove entrate non possono pesare sulle famiglie, né gravare sui territori più vulnerabili. Devono colpire chi ha di più, chi inquina di più, chi ha finora beneficiato della globalizzazione senza contribuire in modo equo. Infine, viene aperta la possibilità per gli Stati membri di accedere a prestiti europei per finanziare alcune priorità condivise, come l’housing sociale. Un’opportunità, certo. Ma attenzione a non trasformarla in un alibi per tagliare i fondi strutturali. I bisogni sociali non possono essere coperti solo con il debito: serve anche, e soprattutto, solidarietà.

Un aspetto critico che emerge è la quasi totale assenza dell’obiettivo demografico, ovvero la natalità e lo spopolamento, che dovrebbe essere una priorità assoluta per la sopravvivenza di ogni popolo. In linea con il Piano di Foti, forse una parte dell’Europa, nonostante alcuni proclami, verrà lasciata a una lenta eutanasia. La ‘coesione tradizionale’ era più garantista per lo sviluppo locale e i piani territoriali. La ‘nuova coesione’ lo è meno. Il Governo nazionale sta già dirigendosi altrove, nella stessa direzione della Commissione, cioè dando forza ai forti. Questa miopia politica, di proporzioni storiche e gravissime, taglia il Paese in due e non è attribuibile al fallimento della coesione, ma a una mancanza di visione politica complessiva. Come nella parabola di Matteo e nel quadro di Bruegel che la raffigura, l’Europa sembra dirigersi verso il baratro, preoccupandosi poco dell’inverno demografico (o affrontando il tema solo marginalmente tramite l’immigrazione), e i Paesi la seguono.

In conclusione, il nuovo QFP è uno strumento di cambiamento, ma rischia di esserlo nella direzione sbagliata. Per chi, come noi, crede in un’Europa più vicina ai territori, capace di combattere le disuguaglianze e non solo di inseguire la competitività, questa proposta va migliorata. Dobbiamo lavorare per più risorse alla coesione, più attenzione al Mezzogiorno, più spazio per le Regioni e i Comuni. Perché senza territori non c’è Europa. Senza giustizia sociale, l’Unione perde la sua anima. E perché le scelte di bilancio non sono mai tecniche: sono politiche. E devono avere il coraggio di guardare dove nessun algoritmo guarda mai. Là dove le persone vivono. E resistono.

di Micaela Fanelli – Coordinatrice del Gruppo di lavoro di ALI “Europa, europeismi”